Gilda, parte II

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Lei era seduta là, come solo gli anziani sanno stare seduti. Con la schiena dritta, lo sguardo dritto avanti a sé, le mani sulle ginocchia. Tirava su con il naso, e ogni tanto se lo asciugava con un fazzoletto.

“Io me moro. Io so’ finita. Bello, bello mio, aiutame tu.”

E ciaveva tutta una serie di scatoloni di carta intorno.

“Non è l’Amendola, ma’.”
“Conca dei Marini. Ci. Rocca Priora. Erre. Come dici, ammamma?”
“Non è l’Amendola che parla.”
“Che Amendola?”
“Lascia perdere.”
Il pigiama ancora indosso, le ciabatte, la maglietta per dormire. Le chiavi di casa in mano, sono sceso.

Quando si è accorta di me ha cercato di recuperare un contegno. Perché gli anziani cercano sempre di salvare la dignità. Anche quando piangono su una panchina, attornati dagli scatoloni.
“Signora?”
“Oddio, mi scusi se ho fatto confusione, non volevo disturbare.”
“Ma no, si figuri se disturba. Ma che le è successo.”

Lei non rispose. Il suo labbro superiore si mosse verso l’alto, spinto da quello inferiore. Le sopracciglia aggrottate di chi sta per piangere.
“Posso esserle in qualche modo…”
E poi le si aprì il rubinetto. E iniziò a piangere e parlare, piangere e parlare come se io sapessi già tutto.
“Non ho fatto niente di male, io, ho sempre dato tutto a tutti, nella vita, io so’ ‘na compagna, ho aiutato tanti, ho aiutato tutti,” e non mi guardava mai negli occhi. Mai.
“Quattro quintali e mezzo di fave, io piavo, eravamo centosessanta persone. Centosessanta pezzi de pecorino tagliati a spicchi, lo voleva il Presidente.”
E non mi guardava negli occhi. E io avrei voluto tornare da mia madre, che.
Solza. Esse. Pietracupa. Pi.
E poi, lentamente e senza un percorso razionale, il discorso iniziò a prendere forma.
“Dice perché l’hai fatto?, i figli non so’ mica tutti boni, finché te ponno leva’ te levano, e poi te mannano fori.”
Te mannano fori, disse.

Dice la figlia j’ha vennuto la casa. Dice ‘ndo vado, stanotte, a dormi’?

Gilda.
“Signora, ma venga da noi, si figuri, non c’è problema.”
“Ma no, lei è tanto ‘na brava persona, grazie, ma non se deve preoccupa’, in qualche modo m’arangio,” asciugandosi le lacrime, alla costante ricerca di quel contegno.
Poi il non se deve preoccupa’ divenne non vorrei disturbare, poi me darebbe una grande mano ma io non je potrei da’ niente in cambio, e infine grazie, eh, solo pe’ pochi giorni.

E me li ricordo a uno a uno, quegli scalini che ho fatto portando gli scatoloni.
Mi ricordo che, al quinto gradino del terzo viaggio, mi venne in mente mia madre, quel giorno che stavamo tornando dalla Chiesa dove c’era quella bara in mezzo, quel giorno che quel mio amico mi disse hai perso dieci chili di lacrime.
Mi ricordo mio fratello che guida, io sul sedile del passeggero, e mia madre dietro, la faccia tra i due, lo sguardo basso.
“Aho’, non è che mo’ me mannate in ospizio, eh?”
E una risata isterica, l’unica della giornata.
“Ah ma’, ma falla finita, ma ti pare, ma che dici.”

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