Gilda, parte I

Saprei descrivere tutto. Tutto ciò che stavo facendo in quel momento.
Io ero sulla sedia, il laptop sulla scrivania del soggiorno. Mamma era seduta sulla poltrona nera, reclinabile, e beveva un bicchiere di vino rosso allungato con l’acqua. Io, una tisana. Perché di fronte alle mamme, l’alcol non si beve mai.
Guardavamo Chi l’ha visto?, un programma che ti devi preoccupare, quando inizi ad apprezzarlo, perché RaiTre è il più affidabile metro di giudizio della vecchiaia incombente.
Sì, guardavamo Chi l’ha visto?, e anche di quello potrei dire tutto.
Il taglio di capelli di Federica Sciarelli. I vestiti dei due del pubblico sfocati alle sue spalle. So descrivere alla perfezione anche la persona di cui stavano parlando.
Innocente Abbatepaolo. Sesso maschio. Età quarantanove, al momento della scomparsa. Statura uno e settanta. Occhi castani, capelli brizzolati. Quando è sparito indossava un giubbotto blu lungo con cappuccio e cinta, jeans, scarpe da ginnastica scure. Scomparso da Polignano a Mare, provincia di Bari, il 31 Dicembre 2009. Visto l’ultima volta nelle vie del centro da un cugino e alcuni conoscenti. Dalle indagini effettuate sul suo computer risulta che abbia letto delle e-mail almeno fino al 7 gennaio.

Me lo ricordo bene, quel momento, e lo saprei descrivere in ogni particolare, perché quello è il momento in cui lei è entrata nella nostra vita.
Era uno dei momenti morti. Quelli in cui la Sciarelli sente più voci dal coro, per raccogliere indizi. La moglie. Il fratello. L’amico. Che poi alla fine dicono tutti le stesse cose, non è che qualcuno cià un indizio risolutivo. Del resto aho’, se uno si rivolge a Chi l’ha visto? un motivo ci sarà.
In quel momento lei entrò nella nostra vita perché, con tutte quelle persone che dicevano le stesse cose, era finita che ci eravamo distratti. Io controllavo Facebook, mia madre catalogava la sua collezione di cartoline antiche mormorando.
Santo Stefano di Sessanio. Esse. Gerano. G. Questa, no, aspetta…

E poi, dalla finestra, si sentì lei.
Oh. Ah. Perché, diceva. Perché. Io me moro. Io m’ammazzo. Non me resta niente. Aiutame te, Franco, ascoltame, aiutame te.
E tutti e due che pensavamo fosse l’Amendola. La vicina di casa con l’Alzheimer, che ogni tanto delira dei ladri, degli agenti segreti in giardino, vicino alle begonie.
Ma dopo cinque minuti di Oh. Ah. Me moro. Io mi sono alzato e sono andato verso la finestra.
E mia madre.
Menarola. Emme. Fiera di Primiero. Effe. Roccafiorita. Erre.

Non era l’Amendola. Sono andato alla finestra, e non era l’Amendola.
Era buio, il buio dei lampioni del giardino condominiale, con le loro lampadine a basso consumo.
Quella era la panchina del cane, la panchina dove si siede chi porta in giro il cane.

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