The baby

“Come ballo?”
“Mh. Dovresti muovere di più i piedi.”

Me lo ricordo eccome, quel ragazzino.
La prima volta che l’ho notato ero fuori della chiesa. Era vestito identico a suo fratello: jeans, Hogan o qualcosa del genere marroni, camicia azzurra, gilet blu.
Ero vicino a una tizia. Una caruccia. Volevo fare il fico, e ho detto: “che belli i ragazzini standardizzati.”
Sì, vestiti uguali, appunto. Uno correva. L’altro stava sul passeggino.
“Ma non ti sembra una crudeltà?”
“Cosa?”
“A quest’età, dico, tenerlo ancora sul passeggino.”
“Eh. Sì. Però…”
“Però cosa?”
“Credo sia disabile.”

La seconda volta che l’ho notato eravamo a cena. Sarà stato, non so, il sedicesimo o il diciassettesimo primo.
Mi ricordo ancora la canzone: La bomba, di King Africa, era.
C’era il fratello che ballava. Lui stava lì, ancora sul passeggino, e piangeva. Piangeva perché voleva ballare, e piangeva perché I’m the baby, e la mia via di comunicazione è il pianto.

E allora il padre l’ha preso, e l’ha portato in pista da ballo. Gli reggeva le braccia, gliele muoveva. Lo reggeva da sotto le ascelle. E lui rideva, rideva, e ballava. Con i piedi immobili.
Ballava, ma i piedi erano immobili.
E io lo guardavo che rideva, con le mani del padre sotto le ascelle, e i piedi che strusciavano sul pavimento.

Immobili.

E poi a un certo punto basta. Si è messo a piangere. Piangeva perché era stanco, piangeva perché I’m the baby, e la mia via di comunicazione è il pianto.
E io l’ho guardato che il padre lo riportava sul passeggino, e gli dava le pacche sulla schiena e diceva è stanco, è stanco.

Era stanco, lui, e aveva il fascino di tutte le persone su cui valga la pena scrivere: tutte le persone più sfortunate di me.

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