Dasha.

E poi, tutto a un tratto e senza un motivo apparente, nel vagone ristorante apparve Dasha.

Dasha era una che ah. Dasha era una di quelle donne che non le posso descrivere, perché in casi come questo la parola non rende giustizia alla vista. Dasha era la dimostrazione vivente che in alcune circostanze l’arte funziona a compartimenti stagni.
E la letteratura, non può spiegare la fotografia.

Perché dire che Dasha era la donna più bella che avessi mai visto era un insulto al concetto di superlativo assoluto.
Un fiore bianco tra i capelli, un vestito nero a pois bianchi, Dasha era un quadro di Monet in mezzo a una discarica di sgorbi di Fontana.
Si accompagnava a Irina, una donna almeno vent’anni più grande di lei, e ad Aleksandr, uno spilungone emaciato con la faccia da pornodipendente, che tra una Marlboro rossa e l’altra nelle zone franche tra vagone e vagone fumava una sigaretta elettronica.

“È una puttana, secondo te?”
“Forse no. Forse è una ragazza a inizio carriera che vorrebbe prendere il posto di Irina. Che è la segretaria navigata.”

Ma Irina parlava un po’ di Inglese. E diceva di essere un avvocato, e che anche Aleksandr era un avvocato. E che Dasha lavorava in una compagnia telefonica.

“Non quadra.”

Poi Irina disse che Dasha non era fidanzata, e che cercava un ragazzo. Dasha sorrideva, annuiva e stringeva le spalle. Beveva champagne, dormiva in uno scompartimento di prima classe, da due, che però era tutto per lei, e Irina e Aleksandr in uno di seconda, insieme ad altre due persone.
Aleksandr andò a fumare, e prima si fermò di fronte a Irina, sorrise quel suo sorriso da pornodipendente e la baciò in bocca.

“È una puttana.”
“Sono due puttane.”
“Sì, ma non è giusto.”
“Però è una puttana.”

Poi Aleksandr tornò, e prese ad accarezzare Dasha sulle mani, dandole baci sul collo davanti a Irina, sussurrandole all’orecchio e sorridendoci dicendo.

“My woman. My woman.”

E io pensai che era in quel momento.
Nel momento in cui avessi visto il suo corpo mangiato dai vermi, la lingua blu fuori dai denti marci di fumo, le braccia putrefatte nella terra e due cani randagi ringhiare attorno alla sua carogna.
Lì sì che mi sarei sentito almeno un po’ felice, e avrei pensato che almeno un pizzico di giustizia, al mondo, esiste.

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