LOL

Paola era tutto ciò che serviva a un uomo per definire il rapporto perfetto.
Aveva un’aria tenebrosa e intrigante, di lei mi affascinavano i lunghi silenzi, le ore sulle panchine a guardare le coppie di anziani, il gelato alla cannella a Bolsena, i concerti estivi con le Marlboro tra le labbra e lo sfrenato sesso anale con la ricotta salata.
Non che fossi un uomo particolarmente affidabile, quando la incontrai: le donne mi chiamavano Álvaro Recoba per via della mia rinomata discontinuità nei rapporti sentimentali.
E anche perché amavo prenderle a calci fortissimi con il sinistro, vabbè.

Ma da quando incontrai Paola cambiai. I suoi modi di fare delicati, il suo umorismo sofisticato e la sua pacatezza mi avevano completamente rivoltato il cervello. Non ci stavo più con la testa, sul serio: mi dimenticavo tutto ovunque, ero diventato distratto, goffo e sgangherato come solo l’amore vero può renderti. Così a un certo punto capii che una tale follia meritava il giusto coronamento.
Perché no?, pensai. La amo come non ho mai amato nessuno finora.

“Marianna, vuoi sposarmi?” le chiesi.
“Mi chiamo Paola,” rispose.
“Lo so. Ma i lettori di ciclofrenia.it™ sono troppo spocchiosi per soprassedere a questo banale errore di distrazione verificatosi durante la stesura del post.”
“Dev’essere un deterrente valido quasi quanto [inserire metafora a caso e priva di significato].”
“Comunque, vuoi sposarmi?”
“A patto che elimini i calzini di spugna con il baffo della Nike dal guardaroba, sì.”
“C’è un sacco di gente che indossa quel tipo di calzini.”
“Non al matrimonio del proprio fratello, Claudio.”

Preparammo tutto nei minimi dettagli: i tavoli a tema, ognuno recante il nome di una tag di YouJizz. Le bomboniere con i confetti rosa al cioccolato. Il carattere da usare nei menu e la carta su cui stamparli. Le canzoni da cantare in chiesa. Il fiore da mettere all’occhiello. E io mi rapportai a questa frenetica preparazione con l’entusiasmo di un ragazzino. La amavo. La volevo. Non c’era niente di meglio, ero al capolinea della mia carriera amorosa.

Il giorno prima del matrimonio postai un simpatico status su FaceBook, per far sorridere gli invitati.

L’amore eterno? Non ho tempo per queste cazzate. C’è il Fantacalcio di mezzo.

E Paola, inspiegabilmente, commentò.
Dico “inspiegabilmente” perché non interagivamo quasi mai sul web, non eravamo neanche indicati come fidanzati. Preferivamo parlare dal vivo, va da sé.
Ma quel giorno, il giorno prima del matrimonio, Paola commentò.

LOL

Sgranai gli occhi davanti allo schermo. Lessi più e più volte, ero convinto che prima o poi avrei trovato l’inganno, una lettera sbagliata nel cognome che deviasse l’identità da me percepita verso quella di un’altra persona, o un amico che mi aveva fatto uno scherzo cambiandosi il nome e mettendo quello di Paola.
Ma niente.

LOL

La chiamai.

“Pronto, tesoro! Che sciocchezze scrivi?”
“Sei una puttana.”
“…cosa?”
“Sei una troia.”
“Stai scherzando, amore?”
“Sei una lurida puttana smandrappacazzi. Spero che tu venga stroncata da un cocktail letale di Lexotan e masturbazione. Mi fai schifo, Paola. Mi fai vomitare. Tu sei una merda, la tua vita è una merda, la tua famiglia è un branco di maledetti figli di puttana arteriosclerotici.”
“Claudio, ma sei pazzo? Hai bevuto?”
Lurida meledetta troia! Vai a fare l’ingoio ai montatori d’infissi di Torre Spaccata, è l’unico ruolo sociale che ti si addice, pertica succhiacazzi!”
“Claudio, brutto stronzo, domani ci dobbiamo sposare!”
“Preferirei farmelo succhiare da una bionda tettona svedese piuttosto che sposarmi con te, brutta vacca!”
(Anche se quest’ultimo insulto non era granché convincente.)

Sparii.
Non la sentii più.
Non so che fine fece, Paola.
L’unica certezza che ho in questa storia, è di non aver commesso il minimo errore.

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