Essi vivono.

Ricordo benissimo il percorso, ricordo benissimo come funziona. Potrei scrivere un manuale, al riguardo.

All’inizio è totalizzante, esclusivo. All’inizio è il concetto di “uno”.
Ha un cancro, ti dicono. Papà ha un cancro. Zia ha un cancro. Francesco ha un cancro. Magari, “tumore”, dicono, per farti assorbire meglio la botta, ma il concetto rimane quello. Ed è un concetto che è quello e resta quello, non conta niente ciò che ti ci mettono intorno, come te lo addobbano.

È piccolo. È circoscritto. È benigno. Non ha toccato gli altri organi. È operabile.

Tu stai lì e pensi: tutte cazzate. Ha un cancro, ha un cancro punto.

Poi funziona che se lo portano via. Lo operano. Mamma torna a casa col sorriso e dice: è andata bene. Tu stai lì per qualche mese, se ti va bene un paio d’anni, coricato sul letto insieme a lui che parla con un vecchio amico, quello che ha il bar ai Granai e che è suo cliente da tanti anni.
“Sono andato a Genova a farmi vedere e mi hanno trovato tre tumori. Dice per fortuna erano benigni.”
E tu là che sorridi e pensi a quella cosa brutta che poteva succedere e non è successa. Ed è questo l’errore. Perché all’inizio pensi che sia una roba una tantum: come uno che ti bussa alla porta, bussa insistentemente, però tu non gli apri e pensi che sia morta lì.

E invece no.
Perché dopo qualche mese, appunto, succede che la madre del tuo migliore amico ti prende da parte quando sei a casa sua a cazzeggiare con suo figlio e gli altri amici. Arriva tua madre, arriva lei e ti dice: vieni un attimo in cucina, ti dobbiamo parlare.

Ti prende la mano e ti fa: tuo padre non ha più solo quei tumori che gli hanno trovato. Ne ha un altro. E non è operabile.

E a te sembra uno scherzo. Ti alzi scosso, il tuo amico ti abbraccia, mamma piange, ma a quello neanche fai caso, perché le mamme piangono sempre.
E te ne vai con i tuoi amici, quelli che erano rimasti fuori della stanza, che ti abbracciano e ti salutano, perché sapevano. E non capisci niente. Ti senti come un concorrente del Grande Fratello all’uscita della casa, ti guardi intorno e dici: chissà perché tutta questa gente è qui per me.

Poi viene la stagione delle operazioni. Lui ogni tanto esce di casa e sta tre giorni fuori. Quei giorni che ti annoti, perché li sai: i giorni in cui papà si opera.
E ogni volta, mamma torna con una buona notizia. L’ultima notizia è sempre la più buona. È andata bene, dice. E tu ti tranquillizzi per altri sei mesi, finché non si opera ancora. E poi è ancora un’altra buona notizia.

Pare grottesco dirlo, ma la vita delle famiglie che lottano contro il cancro è un doloroso percorso di buone notizie.

Solo che i periodi che tutto va bene, i periodi che ti tranquillizzi diventano sempre più corti. Sei mesi, prima. Poi quattro. Poi due. Poi uno.
Poi succede che un giorno stai dormendo, è piena notte, e ti squilla il cellulare. E tu sai che non è la tua ragazza, perché stai con una ragazza che le chiamate alle tre di notte non te le fa.
Tu non rispondi, e quando il cellulare smette di suonare ti riaddormenti.

Però, prima di riaddormentarti, pensi.
“Ecco.”

E non ce la fai a dormire, e allora ti alzi. E senti il messaggio in segreteria, perché questo è uno dei pochi casi in cui i messaggi in segreteria ancora si lasciano.
E ascolti tua mamma che dice: Claudio. Pausa. Mi devi chiamare. Pausa. Mi devi chiamare subito.
Tu chiami, e funziona che c’è mamma che ti dice: papà si è addormentato. Per sempre.
Con quel tono un po’ naïf.

E alla fine viene il momento dei ricordi. Quello in cui stai all’obitorio, che lui ha le guance fredde, e mamma che dice: l’hanno tenuto bene. L’hanno conciato bene. È bello. È bello pure il vestito. E piange.

Ricordo benissimo, il momento in cui gli dai un bacio. Ricordo benissimo le labbra sulle guance fredde.

E là scegli cosa ricordare. Dici ora scelgo un momento e me lo stampo in testa. Quando tornavo a casa che avevo fumato e lui stava guardando la televisione, e lo baciavo trattenendo il fiato perché non volevo che sentisse la puzza di fumo. Quando giocavamo a chi sapeva elencare più personaggi di Topolino. Quando lo avevano scippato dopo che era andato in banca. Quella volta che siamo andati insieme al Luneur e lui ti ha detto che sull’ottovolante si era cacato sotto.

Però, alla fine no. Alla fine ti ricordi un momento stupido, insignificante, e brutto nel peggiore dei casi.
Tipo quando, rotto di chemioterapia, farneticava di un pezzo di pizza sotto il letto.

Essi vivono.

Vivono nel modo sbagliato, è questo il punto. Vivono in ricordi che non vorresti avere. Vivono in una testa sbagliata, distratta e distante.
E queste parole vanno a tutti quelli che lottano contro un cancro. Alla loro vita di dolorose, disperate belle notizie. Queste parole vengono da me e vanno a tutti quelli che ho abbracciato, tutti quelli a cui penso, a loro e alla loro battaglia che ti mangia dall’interno.
Quelle persone a cui non riesco a comunicare quella roba che mi strappa le interiora quando mi dicono che mio papà, mio zio o Francesco hanno un tumore.
In tutti quei momenti in cui mi sento così stupido, goffo, inadatto.
Quando, grottesco, pronuncio quelle due parole che mi sembrano così aliene.
“Ti capisco.”

Post correlati secondo criteri di dubbia valenza scientifica

Commenta

comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *