La peggiore malattia

Odio essere ricoverato in ospedale perché le infermiere non usano alcun tipo di riguardo nei confronti delle mie precarie condizioni fisiche quando cercano disperate di strapparmi i vestiti di dosso per succhiarmi l’uccello.

Io ero lì, e lei pure.
Entrambi su una barella al pronto soccorso, lei con una sessantina d’anni più di me sulle spalle. Si vedeva che era una di quelle che bussano con i piedi.
Mi piace tanto, quest’espressione, me l’ha passata mia madre. La usa per indicare chi porta sempre qualcosa quando è invitato a cena da qualcuno.
“Una di quelle che bussano con i piedi”.

A fianco a lei, l’infermiera parlava con un’altra paziente. Anziana, tanto, di quelle talmente anziane che portano la bandana in testa.
“Come sta? Va meglio?”
E da me ogni tanto veniva qualcuno. Fa male?, chiedeva, si ricordi che non può mangiare, eh, e che mangio, rispondevo io, sto qua su una barella in un pronto soccorso, mica in fila al Burger King.
Un Double Whopper menu king size, per favore.
Da bere?
Coca Cola, grazie.

A lei invece non se la inculava nessuno. Se ne stava a letto in silenzio, e ogni tanto guardava verso di me, la bocca quasi orizzontale, quasi in un sorriso.
E a un tratto si girò verso l’infermiera. E disse.
“Mi vengono a prendere, sa?, mio fratello e mia nipote.”
Ah, sì, bene signora, borbottò l’infermiera distratta.
Ed è lì che sorrise. Sorrise e mi guardò.
Era felice. Era felice di sentire la famiglia accanto. Quel tipo di felicità la cui esistenza la realizzi solo dopo aver passato gli -anta.

Poi successe che arrivò il fratello. La baciò sulla fronte, per prima cosa, ricordo. E poi parlarono un po’. Ricordo che si scambiavano sorrisi.

E poi se ne andarono.

E quando passarono oltre la tendina, lei tornò indietro, fece capolino con la testa e mi disse.
“Arrivederci, sa, in bocca al lupo.”
“Grazie, signora, buona serata, in bocca al lupo anche a lei.”
E il fratello si fermò davanti alla mia barella, e mi sorrise.
“Che le è successo?”
“Incidente in bici, purtroppo.”
“Oh, mamma mia.”
“Sì, ma niente di grave, non-si-preoccupi. Gli esami sono tutti negativi.”
E sorrise ancora, e ancora. Non avevo mai visto tanti sorrisi. Tanti sorrisi veri, intendo. Forse non ne avevo neanche mai capito l’importanza reale.
E poi aggiunse.
“Eh, lei è un ragazzo giovane, è forte,” proprio così, ragazzo giovane. Ma gliela passai.
“È la vecchiaia che è la peggiore malattia.”

È la vecchiaia, che è la peggiore malattia.

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