Fonzie.

Grazie di cuore ar Meningite per la realizzazione della nuova grafica del sito. Leggete il suo blog, perché è il migliore d’Europa.

Era uno dei propositi post-Transiberiana: andare a trovarla più spesso. Perché sono stato troppo assente, l’anno scorso.
Troppo.

La vedo, e mi sembra un po’ invecchiata. Ma è un’impressione. Un’impressione che mi cade in testa di primo acchito, ma poi realizzo che no, ha ancora un’energia che mannaggia la puttana, addosso. E poi mi fa ridere, con quella giacca jeans addosso. Mi fa ridere come sorride, come cerca approvazione e dice sono ancora giovane, vero?, mi fa ridere quel me stesso vent’anni più grande che la prende in giro, e le fa ma guardala, oh!, ma chi te credi de esse, Fonzie?
E mi dispiace che io l’abbia sempre fatta ridere così poco. Mi dispiace di non aver avuto quella capacità di farla ridere di una vita così troia. Perché con lei sono sempre stato cupo, paranoico, agitato, nevrotico. Con lei ero tutto ciò che non ero con gli altri.
Ma la verità, è solo che con lei sono sempre stato me stesso. Il me stesso più dannatamente puro che abbia mai offerto al mondo.

Mi chiede ma la ragazzetta?, quand’è che me ne porti una a casa?
“L’Amendolagine è morta,” mi dice. “La scorsa settimana. Il figlio non ha detto niente. Dice che era troppo sconvolto.”
E io penso che l’Amendolagine è la vicina di casa vittima dell’Alzheimer che ha ispirato il passaggio più poetico del mio primo romanzo. Mi ricordo di quel giorno che l’ho sentita delirare in balcone, ho preso il portatile e ho iniziato a riportare parola per parola quello che diceva. E penso che un po’ mi dispiace. E che un po’ rimarrà anche in quelle pagine. E che magari le fa piacere, ora.
Mi dice che ha comprato un numero di Top perché in copertina c’è una foto di Fabrizio Corona che sembro proprio io. Io ridacchio e dico seh, magari. Ma che magari, risponde lei, quello è un boro. Ah, grazie, faccio io. Poi mi fa vedere la foto e dico eh, sì, effettivamente in questa foto mi somiglia. Ma solo in questa foto. Il taglio degli occhi, i capelli e la barba, ma solo in questa foto. Sì, fa lei, e lo ripone. Fotocopialo, dice, ché me lo voglio tenere da far vedere alle amiche.
Mi abbraccia e mi dice sai che mi sembra che fumi di meno?, ma resti a dormire?, e sorride quando le dico che no, non mi sono portato i vestiti per andare a lavorare domani, e lei sorride e dice non fa niente, la prossima volta, ma lo so che avrebbe sorriso di più, se avessi risposto: sì.

E mi dispiace di avergliene regalati troppo pochi, di momenti sereni. Mi dispiace di averle scaricato così tanta rabbia addosso, in passato. L’insoddisfazione che sono sempre riuscito a celare in modo maldestro con tutti gli amici.
Mi dispiace averlo fatto pensando che il problema fosse che lei non capiva. Che si rifiutava di capire.
E invece ora, che ho qualche carta d’identità scaduta in più, mi rendo conto che no. Mi rendo conto che era tutto il contrario.
Mi rendo conto che, se c’è una cosa in cui lei ha veramente eccelso, con me, nella vita, è proprio capire.
Perché lei ha sempre capito. In silenzio.
Lei ha sempre capito tutto.

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