Skurty.

“Cla’, allora ci sta ‘sta festa da paura stasera, se tajamo.”
“Va bene, Gio’, ma c’è della fregna?”
“Ovvio!”
Solo più tardi scopersi che Giorgio si riferiva a Massimiliano Della Fregna, un ex compagno di liceo di Cinecittà, talmente stupido che quando cercammo di convincerlo ad andare a votare sì al referendum sull’articolo 18 del duemilatré lui rispose “Ma “diciotto” non è un articolo.”

Peccato, perché avrei davvero avuto bisogno di rilassarmi. Quelli erano tempi in cui mi girava veramente male. Avevo il morale a terra e l’autostima sotto i piedi, avevo perso la fiducia in me stesso, in compagnia mi eclissavo, non riuscivo più a parlare in pubblico, neanche per dire comode e inoffensive verità assolute come il fatto che sono un uomo di una bellezza sconfinata.
E che sono identico a Fabrizio Corona, chiaro.
Quantomeno in termini di numero di scopate con Belén Rodríguez.
(Nessuno specializzando in Comunicazione nella Società della Globalizzazione è stato maltrattato durante la formulazione delle precedenti affermazioni.)

Era il lavoro, che mi stava facendo impazzire. Passavo giornate intere davanti al computer, e quando questo computer è un iMac la cosa si fa ancora più pericolosa. Perché l’iMac prende possesso della tua vita poco a poco: me ne accorsi quando mi disse che aveva aggiornato il mio software mentre dormivo e da quel momento in poi per tirare fuori l’uccello avrei dovuto usare Spotlight.

A proposito, qualcuno ha idea di come si disabiliti il correttore automatico di ortografia su Mac OSX Lion?
No, perché il metodo suggerito dall’assistenza Apple, quello di urlare contro lo schermo fatti i cazzacci tuoi, dannato figlio di una cagna!, pare non funzionare.
Vi prego, aiutatemi, mi ci sono ammuffito, davanti al computer: da quando ho iniziato a lavorare il mio metabolismo è rallentato al punto che in sottofondo si percepisce il commento di Carlo Longhi.

Ma la realtà è che tutte le ipotesi che ho elencato sulle possibili cause del mio stato di malessere non sono altro che patetici e goffi tentativi di celare a me stesso l’esistenza del vero scheletro nell’armadio di quegli anni: Cinzia.
Ci ero rimasto sotto, per Cinzia. Le avevo tentate tutte per dimenticarla: volontariato, cristianesimo, sesso anale passivo con i cammelli, grazie al fondamentale contributo di Padre Federico, che fece in modo che i tre fenomeni si verificassero contemporaneamente.
Ma Cinzia era così dentro la mia testa che qualsiasi cosa, qualsiasi dettaglio me la faceva venire in mente. Ogni canzone, ogni suoneria del cellulare e ogni frase di ogni libro mi riportavano a lei.
“No, ti prego, togli ‘sta canzone, mi ricorda troppo Cinzia.”
“Claudio?”
“Eh.”
“È Nothing left to mutilate dei Cannibal Corpse.”
“Sì, ma pensala acustica.”

Certa gente l’amore proprio non lo capisce. Perché Cinzia era talmente bella che il giorno in cui lei e il suo ragazzo si lasciarono divenne festa nazionale.
Il 29 Marzo. Festa della liberazione, la chiamarono.
“Mi sembra di ricordare che qualcuno abbia già avuto un’idea del genere, in Italia.”
“Portatelo alle docce.”

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