Vassa.

Non che ci sia granché scelta, nei buffet della Siberia orientale.
Fagioli. Omul. Zuppa. Patate. Pane.
Vassa era di Irkutsk. Sul metro e settanta e du’ spicci, una bellezza da cinque per gli standard russi, che vuol dire una bellezza da sette per quelli italiani, se si escludono tutte le donne che nel nome contengono almeno una elle e una vù. Viso vagamente tossico, occhi chiari, una bandana in testa dalla quale spuntavano due lunghe trecce bionde, di quelle che se le avesse sciolte, i capelli come minimo avrebbero potuto bussare alla porta dell’appartamento di sotto.
Per chiedere se potevano usare il cesso.
Non aveva la fede al dito, che in Russia è come un francobollo appiccicato in fronte recante la scritta: non ho più di ventun anni.

Mi sentì parlare con Gioacchino, e mi si rivolse in un Italiano più che decente.
Mi piacciono gli stranieri che capiscono che sei Italiano e ti parlano nella tua lingua, ma mi fanno salire il sangue in testa gli Italiani quando fanno la stessa cosa.
“Italiani anche voi?” con quel sorrisetto del cazzo.
“No, solo abbiamo imparato a memoria La meglio gioventù.”
Pretty much covers the conversazione di base tra due giovani di sinistra experience, suppongo.

Vassa mi chiese se avevo visto La vita è bella. Se avevo mangiato la pizza in quel ristorante napoletano di cui non ricordava il nome. Mise Volare nella versione dei Gipsy Kings e mi guardò come se mi avesse fatto un favore. E io le risposi con un sorriso da leggersi come no, ma comunque meglio di Toto Cutugno.
Coniugava correttamente il verbo avere e visitare, ma crollava su concetti elementari come specchio, funghi o cane. Il che, se non altro, mi rivelava che non era appassionata di erotismo interspecie.

Perché parli Italiano, le chiesi.
Studio lingue all’università, mi disse.
Mi disse che voleva finire di studiare e che il suo sogno era di andare a Roma a fare la guida. E io, allegro, mi meravigliai del fatto che da qualche parte del mondo ci fosse ancora qualcuno che avesse come sogno quello di fare la guida turistica.

Poi aggiunse.
Che però intanto aveva trovato questo lavoro.
Che faceva la cameriera, e le serviva per mantenersi, perché i suoi, gli studi non glieli pagavano.
Disse che non riusciva a dare un esame da un anno. Da quando ho iniziato a fare la cameriera, aggiunse. E che però contava di riprendere, prima o poi. Finire l’università, e tentare la carriera che voleva.

Io la guardai, e sorrisi.
Le sorrisi di un sorriso che lo sapeva, che lei l’università non l’avrebbe finita. Mai.
Che sarebbe rimasta lì, a servire mestolate di fagioli in un buco del culo dimenticato anche dal niente. A rivolgersi in Italiano ai turisti di cui riconosceva la parlata. A portare l’immondizia sul pulmino, “ché qua si scarica fuori dell’isola.”
A fare prendi biglietto, controlla biglietto, segna colazione fatta, restituisci biglietto. Che desidera? Guardi che ne può prendere solo una porzione.

Perché questo era il destino che un Dio stronzo, stronzissimo, figlio di puttana le aveva regalato.

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