Napalm.

È brutto come talvolta si vadano a perdere gli amici.
Per ognuno di noi sarà esistita una persona con cui magari si è condiviso tanto, per un certo periodo della propria vita, ma poi ci si allontana, gradualmente e senza un reale motivo. E alcune volte torni indietro con la testa e pensi oh, mannaggia, non lo vedo da una vita, eppure abbiamo passato tanti bei momenti, insieme.

A me, per esempio, è successo con Alessio.
Alessio era un mio compagno di scuola: una persona vivace e intraprendente, aveva sempre la battuta pronta. Le serate con Alessio erano un divertimento assicurato, e io non me le sarei perse per nulla al mondo. Alessio garantiva la metà del tempo a piegarsi dal ridere.
Aveva un gran successo con le donne, una parlantina invidiabile e una cultura ancora sofisticata.
Alessio era un.
Un.
Oddio, aspettate, un.

Sapete cosa? È che stavo cercando un paragone adatto. L’immaginario collettivo vede nella sinistra un mix tra rastoni coi jeans strappati e impolverati impiegati marroni, mentre alla destra si attribuisce un’immagine più brillante, più divertente.
Ecco, dovevo trovare un personaggio di destra brillante, divertente e allo stesso tempo colto, e dire ecco, era quello lì ma con un pensiero filocomunista.
Ma non mi è venuto in mente nessuno: perché di personaggi di destra brillanti, divertenti e colti non ce n’è nessuno.
Oh.
Ecco.
Gnè-gnè.
Zumpappero.
Trallallà.

E insomma, non saprei dire perché d’un tratto abbiamo smesso di frequentarci, dopo due anni sempre sottobraccio, a vedersi tre-quattro volte a settimana, io che rimanevo a dormire da lui.
Però, a pensarci bene.
Un giorno c’era un pranzo di famiglia a casa mia in montagna, e Alessio era invitato in qualità di mio amico più stretto.
Già dall’inizio la situazione era strana, si era portato appresso un borsone che a portarlo ti piegavi tipo Asus.
Conobbe tutti: le mie zii, i fratelli, persino mio cugino piccolo, di due anni.
A un certo punto, dopo il pranzo, quando gli ospiti soddisfatti deambulavano aspartame nell’appartamento, Alessio sparì.
Iniziai a preoccuparmi dopo un’oretta. Lo cercai in giardino, giù in piazza, in bagno, ma niente.
Lo chiamai, aveva il cellulare spento. Urlai fuori della finestra e nessuno rispose.

A un certo punto entrai in sgabuzzino per prendere dei piatti di plastica.
Entrai e lo vidi curvo su una specie di grossa tanica piena di un liquido rossastro.
“Mi hai fatto prendere un colpo! Che stavi facendo.”
“Acido naftenico e palmitico!”
“Cosa?”
“Acido naftenico e palmitico, comunemente noto come napalm. Corrode la carne fino alle ossa, ti distrugge, ti scioglie e non rimane niente!”
“…”
Si tolse i guanti e la maschera, si riavviò i capelli e mi regalò uno dei sorrisi più belli, docili e sinceri che abbia mai visto.

“Tuo cugino. Ho sciolto tuo cugino nel napalm.”

Ecco, mi sa che è da lì, che abbiamo iniziato a frequentarci un po’ meno.

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