Nanetti.

“Ogni volta che hai un problema, chiedi al nanetto. È chiaro?”
“Sì, e come no.”
“Se hai finito le monete da cinquanta centesimi, chiedi al nanetto. Se non trovi il latte macchiato doppio, chiedi al nanetto. Se è finita la carta degli scontrini, chiedi al nanetto. Se non sai dove sono gli Snickers, che fai?”
“Chiedo al nanetto.”
“Brava.”
“E mica so’ scema.”

Invece se lo pensavano tutti, che era scema.
Com’è che dicevano? Bipolare. Schizofrenica. Un po’ rincoglionita, alcuni. Quelli che si pensavano che Margherita era come un ragazzino, di quelli che puoi parlare di quello che ti pare anche in sua presenza, ché tanto non capisce.
Divorzio. Malattie. Mutuo. Sesso.
Invece no. Invece lei ci capiva benissimo. Mica era matta, lei. Lasciateme in pace, pensava. Quando la gente quel giorno si accalcò intorno a lei a farle le domande. Ma dove lo vedi? Ma che dice? Ma ti senti bene? Vuoi un bicchiere d’acqua, Margheri’? Forse è il caso che te vai a riposa’.

Era il giorno che era comparso per la prima volta, il nanetto.
Che le dava pure fastidio, all’inizio. Sempre seduto a fianco a lei. Sempre a criticare, a dire no, questo va qua, le insalate so’ finite, e sbrigate a torna’ alla cassa ché la gente aspetta.
Però poi aveva imparato a sopportarlo, e anche a volergli un po’ di bene. Perché alla fine l’aiutava. Le diceva devi premere questo bottone, no quest’altro, occhio che ‘ste gomme costano di più. E nei momenti liberi, parlavano pure dell’ultima puntata de L’onore e il rispetto.
“Mamma mia, quant’è bello Gabriel Garko.”

E quindi Margherita aveva pure preso le sue parti. Poveraccio, ‘sto nanetto, diceva. Non je danno manco ‘na sedia. Sta sempre qua, appollaiato sulla cassa dalle sette alle sei. No’ lo pagano. Nessuno je parla, a parte me.
E il nanetto ultimamente era diventato fondamentale. Da quando le avevano cambiato la cassa. Avevano tolto quella vecchia, coi bottoni come Cristo comanda, e m’hanno messo tutta ‘na roba nuova, futuristica, che non so ‘ndo sbatte la testa.
“Oh Madonna, io ‘n ce capisco niente co’ ‘sta cosa, stavo tanto bene prima!”
Touchscreen, la chiamavano.
Perché come tutti, Margherita aveva i suoi schemi mentali e guai a turbarli, ché altrimenti il sistema si impalla, devi riavviare tutto, cancellare i dati e scriverne di nuovi, e vorrei vedere chi non si deprimerebbe. A sta con B, C viene da X ma vive a Y da Z anni, D ama il tè con la F.
Vorrei vedere voi, se un giorno arrivasse qualcuno che vi dice oh, no, aspetta, le cose sono cambiate, ora è C che sta con D, Z ama la F con la Y, X viene da B ma vive nel tè insieme ad A, capito?
E se non hai capito?
“Chiedo al nanetto.”

Il nanetto sapeva tutto. Sapeva che bottoni toccava premere, e s’accorgeva quando c’era da riempire lo scaffale coi Kinder Bueno, e sapeva pure dove stavano, i Kinder Bueno. Era finita, Margherita, senza nanetto.
Infatti aveva pure smesso di prendere le pasticchette. Quelle che le aveva prescritto il medico, quando ce l’avevano portata a forza, quel giorno che il nanetto aveva esagerato a fare il so-tutto-io e lei aveva un po’ perso la capoccia. S’era messa a urlare, a piangere, a da’ i cazzotti ai clienti. L’avevano presa di forza e portata via.
E su, calmate Margheri’, scusate eh, signo’, non se la prenda, è anziana.
Le aveva fatto un pacco di domande, il medico, e poi le aveva detto: queste una la mattina, una prima di pranzo e una prima di cena.
E quando le prendeva, il nanetto spariva. Per un po’. E lei si sentiva un sonno addosso che te lo raccomando. E la gente che le gironzolava intorno, sorrideva, le faceva le carezze. E diceva.
“Te vedo in forma, oggi, Margheri’. Ciai ‘na bella faccia. Se vede che stai mejo.”

Ma mejo de che? Mejo come? Non ce capisco ‘na mazza, ciò ‘n sonno che me se porta via, te pare che sto mejo?
E poi lo devi decide te, se io sto mejo o no?
Ma voi siete tutti scemi, pensava. Ma dimme te.
E infatti non le prendeva più, le pasticchette.
E la gente s’era rassegnata. Aveva allargato le braccia, aveva sospirato, e aveva detto ao’, e che te devo di’, se ‘sto nanetto te piace tanto, tiette ‘sto nanetto, che a me me sembra che quanno ce sta lavori pure mejo.
E aggiungevano, tra loro, tra i denti.
Che dovemo fa’, se la tenemo così, pure se parla da sola. Pure se è rincojonita.

Rincojonita.
Se lo pensavano tutti, che era rincojonita.
Tutti indaffarati, in giacca e cravatta, tutti signori, tutti maestri, tutti figli dell’oca bianca.
Sei tanto fico, sei, ma pensa un po’ all’affaracci tua. Me devi veni’ a di’ che so’ scema?
Me devi convince che il mondo attorno a me non esiste, che è tutta ‘na cazzata, che me lo so’ inventato io?
Ma fatte l’affaracci tua, fatte.

Io non so’ scema, pensava. So l’altri che so’ scemi.
So’ l’altri, che so’ tutti professori, e dovrebbero avecce de mejo da fa’ che pensa’ ai nanetti, se ce stanno o non ce stanno nella capoccia mia.

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