23:23

Un minuto m’hai rubato, per la puttana.
Ma mica un minuto una tantum, come fa uno che ti chiede un’informazione per strada: tu hai preso un minuto da ogni giorno della mia vita e te ne sei appropriata. Quel minuto, ogni giorno, smetto di essere me e divento te. Smetto di essere me, e la mia testa diventa te.
Alle 23:23 di ogni stramaledetto giorno.

È sempre così, mi dici. Da quando ci siamo conosciuti. Ogni volta che eravamo insieme e guardavo l’orologio, erano le 23:23.
E pure quando non siamo insieme, ogni volta che mi ci cade l’occhio sono le 23:23. E ti penso, dici.
E ti penso pure io, per la puttana.

E quel minuto ora è tuo, non è più parte delle mie giornate. Te lo sei preso. Me l’hai fregato.
Un minuto al giorno. Quanto si guadagna in un minuto? Prendiamo uno stipendio medio, che so, milleottocento euro al mese. Che sono ventitremilaquattrocento euro l’anno, tredicesima inclusa.
Che sono circa sessantaquattro euro al giorno. Che sono due virgola sessantasette euro all’ora.
Che sono quattro centesimi e mezzo al minuto.
Ecco, quattro centesimi e mezzo al giorno, mi rubi. Poco più di sedici euro l’anno.
Da quando ti ho conosciuto fino all’età pensionabile, sono seicentosessantasei euro.

Seicentosessantasei euro, mi devi, per il tempo che mi hai fregato.
Facciamo settecento, così è cifra tonda. E ringrazia il cielo che non conto l’inflazione.

Anche se alla fine ci sono dei momenti che non ci penso, al debito che hai con me.
Quando esiti prima di salire a casa, quando ti riaccompagno. Quando mi abbracci, e io penso che mi ci trovo proprio bene, incastrato nel tuo corpo. Che siamo ritmici, armoniosi, le mie mani sui tuoi fianchi, a sfiorarti il sedere tondo. Le labbra sulle tue guance morbide, e tu che mi accarezzi i capelli, e mi baci il collo.
In quei momenti penso a questo, e non ai settecento euro che mi devi.

Non penso che quel minuto me lo sono giocato per tutta la vita. Non penso a quando mi sposerò e sarò all’ennesima portata del banchetto di matrimonio, e guarderò l’orologio e saranno le 23:23 e smetterò di essere sposato per un minuto, e sarò sotto casa tua con le mani incastrate nei tuoi fianchi. Non penso a quando sarò in sala d’attesa all’ospedale mentre mio figlio starà nascendo, e desidererò che non nasca alle 23:23, altrimenti sarebbe un figlio un po’ anche tuo. Non penso a quando un’altra persona cara se ne andrà e desidererò che lo faccia alle 23:23, così potrò tornare alle tue mani nei capelli, e mi sentirò un po’ meno triste, e meno solo.

Non penso a quando incasserò una pensione magra, me la guarderò poggiata sul tavolo mentre mi preparo una tisana, la guarderò con distante commozione e penserò.
Ah, li avessi avuti, quei settecento euro.

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