La locomotiva

E dunque c’è questo rito, che ripete uguale ogni viaggio che fa. Dal duemilacinque.
Lui se n’era appena andato. E lui era fuori.
In ogni viaggio che fai, c’è sempre un momento in cui vuoi stare da solo. Per i cazzi tuoi per un po’, in compagnia dello stomaco che stringe.
Perché è fisiologico, è sano, è normale. È logico che sia così.
Perché ogni viaggio è un disperato cercare a tentoni nel mondo. Un posto dopo l’altro, e se non a caso, quasi. Illusi che a un certo punto ci si fermi da qualche parte, si faccia un respiro profondo e si dica.
“Ecco.”

Ecco, era il duemilacinque, e lui questo rito lo ripete uguale ogni viaggio che fa.
Quando sente che è il momento più mistico, più onirico, quando si illude di avere la certezza che non vedrà niente di più bello.
La campagna arida, desolata e inutile di Trujillo. Il deserto bianco nel Sahara. Tulum. Istanbul. Reggio Emilia.
E l’isola di Olkhon nel lago Bajkal, in Siberia.

In questi momenti si isola per otto minuti e quattordici secondi. Si infila le cuffie nelle orecchie, si accende una sigaretta e guarda il nulla.
E ascolta La locomotiva.

Pensava al magro giorno della sua gente attorno, pensava a un treno pieno di signori.

E, l’ha detto, pensa che dal punto di vista artistico sia la miglior canzone italiana mai scritta.
E piange. Piange sempre, puntuale.

E prima di pensare a quel che stava a fare, il mostro divorava la pianura.

Piange perché ci pensa, pensa che questo era il viaggio che avrebbe sempre voluto fare.
E si chiede se potesse esserci canzone più adatta. Per questi posti. Per queste terre. Per questo viaggio.

Fratello, non temere, ché corro al mio dovere, trionfi la giustizia proletaria!.

E poi piange perché si rende conto che la base di tutti i drammi dell’uomo è il potere. Ma non nel senso miserabilmente politico o sociale, eh.
Ha una certa età, lui, ha smesso con la politica.
Il potere che ci danneggia e ci rende tutti così dannati e infelici è qualcosa di più. È insito nelle azioni di ogni giorno. È nei deliri da onnipotenza degli assistenti di diritto privato all’università. È nella tua coetanea compagna di volontariato che sentenzia su cosa sia giusto o sbagliato insegnare ai bambini che frequentano la scuola estiva in Romania. È in un borioso compagno di viaggio che vuole averla vinta sulla scelta di tutte le tappe.
È in chi vuoi, quando non vuole te.

Ed è nella possibilità di esplorare ogni singolo angolo del mondo. Per sentirsi sempre incompleti allo stesso modo.
E non sentirsi davvero felici.
Mai.

Lo raccolsero che ancora respirava.
Lo raccolsero che ancora respirava.

Commenta

comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *