Ma i Russi sognano pecore gnocche?

Il mondo si divide tra luridi disadattati ominidi Berlusconiani corrotti coprofagi e quelli-che-hanno-fatto-la-Transiberiana.
Che storia, gente.
È che non te ne rendi conto mentre la fai. Te ne rendi conto in delay, a partire da venti giorni dopo l’inizio.

Ho visto cose che voi luridi disadattati ominidi Berlusconiani corrotti coprofagi non potete neanche immaginare.
Ho visto stacchi di fica da urlare al miracolo camminare tranquille per la strada, come se fosse una cosa normale.
Italiane. Tedesche. Ucraine. Montenegrine. Tzè. Pfui.
(Francesi, no)
Un’Italiana che se la tira, d’ora in poi, per me sarà come Carsten Jancker che si vanta della caterva di gol che ha segnato all’Udinese.
Ho visto le migliori hit del mercato discografico mongolo trasmesse in diretta su RADIO MERDA™!
Ho visto un sacco di gente che non mi ha ancora votato ai Macchianera Blog Awards malgrado le istruzioni da me compilate, e mi sa che mangerò la loro faccia. Presto.

Ho visto le romantiche ceneri del Comunismo sovietico consumarsi in un albergo in cui centotrenta dipendenti lavoravano per due persone, ho visto i volti disorientati di un popolo che non sa dove sta andando, e che tutto ciò che ha da offrire è rappresentato dal suo poetico passato tentativista.

Ho visto una bambina russa canticchiare il motivo di Requiem for a dream che aveva sentito dal cellulare di un soldato alcolizzato. L’ho vista cantare quel pìru-pirupìru per venti minuti di fila. Perché l’aveva visto fare a me.
Ho visto una bambina e sua nonna a Dàtóng. Le ho viste quattro volte, equidistanti, in sei ore. Ho visto la nonna che l’abbracciava da dietro. Ho visto la bambina annoiarsi, e ho visto la nonna che, ogni volta che la vedeva annoiata, le faceva battere le mani al ritmo di una musica inesistente.
Ho visto l’unico divertimento di quella bambina in quel battere le mani al ritmo di una musica inesistente. Ogni tanto. E mi sono sentito, sì, un po’ una merda.
Ho visto una provodnitsa di vent’anni con un sorriso disegnato, una bolla sopra l’occhio, un corpo esile piegato a raddrizzare il tappeto della carrozza.
Ho visto, ogni giorno, un compagno di viaggio che in ogni piccolo gesto mi ha insegnato ancora un po’ cosa vuol dire, e come si fa, a essere buoni.

Ho visto tutto ciò che non è ancora abbastanza, quel non abbastanza che mi ha sfondato e aperto il cuore.
E mi sono visto, per la prima volta da più di due anni, ancora voglioso e capace di dare. E ricevere. Amore.

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