Il meraviglioso mistero dell’esistenza

Poi, quando sono entrato in quella stanza, ho pianto.
Pochi minuti, eh, in silenzio e alla svelta, come suggerisce Forrest Gump, ma ho pianto.
E mi ha fatto anche un po’ piacere, perché da questo viaggio ho capito che io nel lusso proprio non mi ci trovo. Nei camerieri che tirano indietro la sedia per farti sedere, che ti fanno gli inchini, che dicono sorry. Mi mette a disagio, e sì, ne vado un minimo orgoglioso, vaffanculo.
In Africa camminano tutti. A qualsiasi ora del giorno, è pieno di persone che camminano, nei loro vestiti colorati e troppo larghi, nelle loro ciabatte sfatte o sulle loro biciclette arrugginite, e mi chiedo dove vadano. Affascinato.
Ma quando fai un safari è tosta non trovarsi nel lusso, perché in Africa non ci sono vie di mezzo, non dico mica una novità.

Per esempio, una volta che abbandoni l’hotel per tornare verso Nairobi, percorrendo quelle strade sterrate, dimenticate dal mondo, dove: gli operai lavorano con la pala. I bambini reggono fragili bastoni e dirigono capre. Donne anziane siedono su mucchi di terra ai lati della strada, immobili, chissà che fanno e a che pensano, e non dicono niente.
E ti guardano, già, tutti ti guardano.
Gli uomini, come un oggetto sconosciuto. Fermi, ti puntano gli occhi addosso. Inespressivi.
Le donne, con diffidenza. Con le loro bambine legate dietro, abbracciate alla schiena. Mute.
E i bambini, che non appena vedono una macchina, in posti dove potresti non percepirne l’esistenza per decine di chilometri, ti corrono incontro sorridenti, ti salutano, e ogni tanto ti gridano anche: what’s up.

Ed è questo il meraviglioso mistero dell’esistenza, quello che nessun libro di storia né nessuna dissertazione socio-politica sul Fatto Quotidiano potrà mai spiegare: quei bambini che ti corrono incontro e ti sorridono, in barba alle regole di un mondo quantomeno bastardo, regole che darebbero loro il diritto sacrosanto di mostrarti il dito medio, di romperti i loro fragili bastoni in testa.

Perché nascere è un cazzo di gioco del lotto. Una donna viene fecondata, e in silenzio ti sviluppi tu. Dentro una pancia, senza vedere quello che hai intorno, né tantomeno giudicarlo e poter dire: no, grazie. Non mi va. Facciamo la prossima volta, eh, tante care cose.
Roma. Trujillo. Waldenburg. Kungur. Bloxwich. È in momenti come questi che capisco l’utilità della funzione una voce a caso di WikiPedia.
È qualche stronzo lassù che pesca un biglietto e decide: tu, Cla’, tu nascerai qui. In una metropoli nevrotica e vertiginosa, in una pacifica provincia del Viterbese, o in un cazzo di ammasso di sabbia dimenticato da Dio, con aspettativa di vita di trent’anni, incidenza dell’HIV al sessanta percento.
Una vita a preoccuparti delle stronzate di Berlusconi, del matrimonio di William e Kate, della noia che provi se per una volta ti dimentichi lo Smartphone a casa.
O una vita a guardare le pecore, a muoverle col bastone, e a salutare con un sorriso le macchine che passano di tanto in tanto.

Ed è per questo che credo che nascere nel Primo Mondo non sia una fortuna, ma una colpa.

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