Turkana

Dice: com’è il Kenya? Povero, risponde. Meno povero di altri paesi africani, beninteso. Però, ecco, vedi?, i tizi che passano a farti l’elemosina al semaforo, a Roma, magari sono sporchi. Hanno vestiti stracciati. Un dito di meno, che so.
In Kenya, non hanno gli occhi.
Ci sono ragazzi che chiedono l’elemosina portandosi appresso la madre che non ha gli occhi.

E poi c’era lui.
Lui, che era grossissimo. Enorme, un uomo enorme. Il mascellone, la pancia ma neanche troppa, più che altro era largo. Largo in culo, sembrava il tizio di American Dad. Solo più vecchio. Brizzolato. E Georgiano.
E non finiva qua, nel senso: ‘sto tizio, qualunque cosa lo riguardasse, eh, era grossissima.
La macchina, grossissima. Un SUV insopportabile, di quelli che ogni curva che prendeva sembrava stesse per sfondare la macchina che veniva in senso contrario.
La casa: abnorme. Spazi infiniti. Tre salotti, camere da letto, persino l’appartamentino a parte per la servitù. Già, perché aveva la servitù. Anche le guardie che gli aprivano il cancello quando tornava. Sempre, puntuali. Lo percepivano, tipo Son Goku con le aure. E avevano la pistola.

(Sto cercando una donna. Sono serio. Vi prego, fatevi avanti. Sarò dolcissimo e gentilissimo)

E questa casa era enorme ma un po’ vuota. Quando l’ho affittata era vuota, diceva, e allora capivo, insomma, non è che potesse mettersi ad arredarla con tutti i pinzillaccheri possibili.
Soprattutto perché non ho idea di cosa voglia dire pinzillaccheri.
Il bagno: tazza del cesso e lavandino. Il salotto: divano e tavolino. La camera da letto: letto e scrivania.
Poi, quando non vivi più di due anni nello stesso posto, voglio dire. E mi mette tristezza, un po’, perché probabilmente sarà la stessa vita che farò io.
E mi sembrava solo. Già, mi sembrava proprio solo. Beveva come un cane, e al terzo Cognac mi diceva ah, non sai quanto sono contento di tornare in Belgio per una settimana, diceva.
Tutto quello che lo riguardava era come lui: enorme, e un po’ vuoto.

Mi raccontava della sua vita. Mi diceva dell’Afghanistan: è un tipo di paura diversa, quella che provi là. Qua hai paura che qualcuno ti entri in casa e spari a tua figlia, o la picchi a morte. Ed è una paura molto peggiore di quella che provi in Afghanistan, dove c’è un terrore generico e impercettibile, un’alea di terrorismo che comunque esiste ma non sai dov’è. Diceva che là viveva in un compound con altri venti impiegati. Non c’era un cazzo da fare, ti chiudevi la sera, bevevi come un pazzo e giocavi a carte.
E poi mi raccontava del Tajikistan, dove ha conosciuto la moglie. Mi raccontava che lavorava in ufficio con le mitragliatrici che sparavano nella strada sottostante a inizio anni novanta. Mi raccontava dei suoi cinque colleghi che furono rapiti e decapitati.
E mi diceva che quella foto, con le cinque teste, gli occhi sbarrati, disposte su un tavolo, quella foto lui non se la scorderà mai.

E poi mi mi raccontava del Turkana. Di quel distretto dimenticato del Kenya, dove quando c’è andato non pioveva da tre anni.
E incontrava le donne e i bambini, che gli dicevano: qua non piove da tre anni, eh.
Non piove da tre anni, e noi abbiamo perso Dio. Non abbiamo più un Dio. Da tre anni, da mangiare ce lo date voi. E noi sopravviviamo solo grazie a voi.
E ora, sì, ora siete voi, il nostro Dio.

Mi raccontava tutto questo con gli occhi lucidi, e d’un tratto misi da parte il mio squallido alternativismo un tanto ar chilo, mi dimenticai che era una persona benestante, pensai che questo tizio non ha mai avuto veri amici, una vera famiglia, un vero posto che sentisse suo.
Lo sentivo raccontarmi tutte quelle storie, e fu in quei momenti, in cui ascoltavo e accettavo un uomo per quello che diceva e aveva vissuto prima che per quello che era, fu in quei momenti che mi resi conto di quanto cazzo mi manca, un padre.

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