Renzo fruga.

Sono fuori per lavoro ma vi ho schedulato uno o due interventi.
“E ‘sti cazzi”.
Ma no, è solo per dire che magari non potrò rispondere ai commenti!
“E ‘sti cazzi”.

Renzo fruga.
Con il tempo ha acquisito un’esperienza invidiabile. I cassonetti bianchi manco li guarda, naturalmente. Quelli blu, una scorsa veloce ma sì, perché ogni tanto la gente butta le bottiglie di vino mezze piene, con il tappo ancora piantato nel collo. Solo che sono difficili da aprire.
Quelli verdi, invece, quelli sì che ti insegnano qualcosa.
Quelli verdi ti insegnano la vita, la vita vera della gente. Perché la gente non è quello che è, la gente è quello che butta, e le persone si devono giudicare in base a ciò a cui rinunciano prima che a ciò che conservano. Che è spesso comodo, mediocre, abbastanzista.

Nell’immondizia dei fuorisede trovi i preservativi usati in mezzo agli avanzi di rigatoni al pesto pronto. In quella delle famiglie con un figlio di quattordici anni, le bottiglie di plastica sono pressate così occupano meno spazio, il tappo chiuso per non farle rigonfiare. Nella monnezza delle donne divorziate ci sono i posacenere svuotati. In quella delle coppie che tra qualche anno si separeranno, c’è la plastica trasparente delle riviste, che ancora profuma di nuovo. E nella spazzatura degli uomini single c’è il caffè.
Tutto questo perché insomma, rovistare in un cassonetto non è certo una roba piacevole, bisogna pur trovare un modo di edulcorarla.

Una volta Renzo ci era andato, a frugare in via dei Primati Sportivi. Dove abitava ancora lei.
Ci era andato, e istintivamente si era diretto verso il cassonetto bianco. Sì: quello che non guarda mai.
Ci aveva ficcato le mani dentro, e aveva tirato fuori un foglio accartocciato.
Un disegno.
C’era una donna, con la freccia con scritto: mamma. Che teneva per mano una bambina, con la freccia con scritto: io.
E dall’altro lato, la mano sulla spalla della bimba, c’era lui. Un bamboccio biondone che pareva Ken di Barbie, il figlio di puttana.
Con la freccia con scritto: Paolo.
E poi c’era la firma, claudicante: Teresa.
E se n’era andato.
E non ci era tornato mai più.

Ché poi non avrebbe mai voluto che succedesse, Renzo. Erano i tempi della bottiglia, quelli. Beveva a casa, in ufficio, alle cene fuori: sempre. Beveva troppo.
E non gli voleva fare male. Non avrebbe mai voluto.
Io sono un buono, biascicava. Ma la moglie, ormai, non gli credeva più.
Mi è sfuggita, aveva detto. Che devo fare? È stato un errore.
Sei un figlio di puttana, rispondeva lei. Resterà zoppa per tutta la vita. Sei un figlio di puttana alcolizzato, vai via.
E l’aveva spinto fuori casa così, a due mani.
Lui, il volto arrossato, che piangeva e diceva: ho sbagliato, è stato un errore.

Già, è stato un errore, un solo, misero errore.
E, come ogni piccolo errore in un oceano di isterica coerenza, la vita gliel’ha fatto pagare a furia di calci in faccia.

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