Pianeta Solitario

Intendiamoci, era una brava ragazza. Interessante il giusto, ciaveva la frangetta stronza, proprio come piace a me. L’accento del nord, quello irritante, e poi mi rivolgeva spesso un epiteto antico e affettuoso che mi faceva impazzire: coglione.
Il problema con lei era che non capivo se volesse dissertare amabilmente del ruolo della politica monetaria nella nuova macroeconomia classica secondo Robert Barro o se volesse solo che agitassi ripetutamente il mio pene all’interno della sua vagina.
Erano tempi difficili, quelli: ricordo che mia cugina era incinta. Una cosa così romantica e toccante, per Dio: al quinto mese, aveva già iniziato a sentire i primi movimenti.
Di notte.
In cucina.
Parlavano Rumeno.

È facilissimo e godibile fare battute sui Rumeni al giorno d’oggi. E non c’è niente di razzista in tutto questo. Perché il sarcasmo non segue altro principio che la ciclicità delle nazioni: oggi tocca ai Rumeni, dieci anni fa erano i Bosniaci, quindici anni fa gli Albanesi, prima i Polacchi.
E infatti in realtà sto solo aspettando il turno degli Statunitensi. Vi giuro che è una vita che non faccio altro che cercare di portare rispetto in qualche modo ai nostri cugini a stelle e strisce, ma se si esclude il fatto che siano degli sporchi guerrafondai arrivisti di plastica con zero cultura alle spalle, non vedo quali altri epiteti positivi potrei affibbiare loro.
Sul serio, nel senso: al momento non mi viene in mente nessun apporto positivo degli Statunitensi alla cultura mondiale dal 1492 a oggi, se si eccettua il Double Whopper, i Vampire Weekend e la filmografia di Wes Anderson.
(E le risse durante le partite di Hockey su ghiaccio, occhèi)

È per questo che quest’estate andrò nella parte opposta del mondo: faccio la Transiberiana, o meglio la Transmongolica, da Mosca a Pechino.
In un solo viaggio vedrò i tre maggiori imperi della storia: Comunisti, Musi Gialli e Mongoloidi.
La parte che mi piace di più di ogni viaggio è leggere la Lonely Planet, e pianificare quanto possibile prima di partire. E la rubrica più bella, sulla Lonely Planet, è Cosa si fa e cosa non si fa nel paese che stai visitando.
Solo che, ecco, alcune usanze possono risultare un po’ strane.

Evitate di leccare i capelli agli estranei in Russia.

In Cina, suonare il flauto con il culo è considerato un atto di grave maleducazione.

C’è un’abitudine locale che è indispensabile seguire quando si sta bevendo della Vodka in Mongolia: dopo il primo sorso bisogna onorare gli dèi del cielo e i quattro punti cardinali infilandosi l’anulare sinistro nel culo, intingendolo nel bicchiere dell’ospite e spargendo delle gocce di liquore e diarrea in aria per quattro volte, per poi infine toccarsi la fronte con il dito bagnato.

No, vabbè, confesso, me le sono inventate. Ma la prossima è vera.

In Russia, un comportamento galante da parte di un uomo non è solo apprezzato ma anche preteso: lo noterete quando vedrete le donne in piedi davanti a porte chiuse aspettando che qualcuno le apra per loro.

Non ho capito, scusate.
In Russia, circa il 54% della popolazione è di sesso femminile.
Quello che la Lonely Planet afferma è che in ogni istante, ciclicamente, una certa percentuale della popolazione lavorativa russa sarà improduttiva perché ferma ad aspettare davanti a una porta chiusa.
Milioni di euro persi, un danno irreparabile per l’economia nazionale.
Sono tutti bravi a fare i politologi, ma la verità è che io ho capito tutto, io.
Altro che la distribuzione ineguale della ricchezza, la povertà, la dittatura.
È questo il motivo per cui è morto il Comunismo.

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