Ti ho amato, Gianni.

Pic: Velsheda (Doruk).

Lo sapete tutti, ormai, che sono un pazzo paranoico.
Ma questa mia peculiarità a volte ha dei risvolti inquietanti, specie il fatto che mi faccio una cifra di problemi su quello che la gente può pensare di me, che so, se la deludo, se mi reputa un idiota o uno di quelli che su Tube8 sceglie i porno dalla pagina “più recenti”. Che poi è la stessa cosa.
Me ne sono accorto oggi, ché sono andato a tagliarmi i capelli.
Io ci tengo un sacco, ai miei capelli. In primo luogo perché ce li ho, a differenza di qualcuno, e in secondo luogo per una motivazione meramente funzionale a far sì che questa frase risulti come un elenco puntato.

Io sono abitudinario. Ho uno spettro di riti che ripeto uguali ogni giorno. E una delle mie fissazioni è la scelta del barbiere.
Mi taglio sempre i capelli con lo stesso barbiere. Se me li taglia bene la prima volta, è fatta, sempre con lui, c’è Francesco?, sei il mio uomo, ce l’hai troppo grosso.
Ed è stato così, per un bel po’ di tempo, con Gianni.
Me li tagliava sempre lui, qualche tempo fa. Un mezzetà di Casalbernocchi con lo spessore culturale di un boa di piume rosa shocking.
Finché, un giorno, me li tagliò malissimo. Si vedeva che era scocciato, dopo di me avrebbe dovuto fare il taglio a un amico, e lo capivo che cercava di sbrigare la mia pratica il prima possibile per liberarsi dalla seccatura.
Ma i miei capelli sono già sempre unticci, figuriamoci se sembrano pure tagliati da Frances O’Connor.

Non lo perdonai. Per la prima volta da anni cambiai barbiere, nello stesso negozio. Chiesi di una donna, Monica. Mi dissi che una ragazza sarebbe stata di certo capace di farmi un taglio più gradevole all’universo femminile, in realtà l’avrei sodomizzata uscendo nudo dalla doccia di una camera d’albergo.
Pare che il Fondo Monetario Internazionale sia goloso di CV ricchi di esperienze in tal senso, ultimamente.

Monica me li tagliava da Dio.
Poi, però, le accadde una tragedia biologica che la veterinaria identifica normalmente sotto la denominazione scientifica s’è fatta ingravida’, la puttana, e fui costretto a cambiare barbiere, di nuovo. Ancora dentro lo stesso negozio. Perché là si taglia i capelli il Capitano, eh, mica pizza e fichi.
Mi fidai di Giorgio, un coattello sulla quarantina con un taglio di capelli che ricordava Christian Panucci durante la famosa scena della sborra di Tutti pazzi per Mary.
E Cristo, il ragazzo è un fenomeno, con le forbici in mano.

Però qualcosa continuava a farmi male.
Ogni volta che entravo nel negozio vedevo Gianni lì, solo, senza clienti. E lo salutavo timido, i primi tempi lui mi faceva addirittura un cenno come a dire “Dài, andiamo, fratello”, e io imbarazzato rispondevo che no, veramente me li deve tagliare Giorgio.
Mi sentivo una merda. Mi sentivo di averlo tradito. Sentivo che non sarei mai riuscito a recuperare tutto ciò che di bello c’era stato tra noi. I sorrisi tra una passata di gel e l’altra, le battute sulle giovanili del Bernocchi, gli update su quand’è venuto il Capitano, l’ultima volta?

Bene, oggi sono andato a parlargli. A chiarire. Non è mai bello tagliare tutti i ponti con una persona con cui hai condiviso così tanto.
Una ragazza con la faccia di una che ha appena fatto l’ingoio al gestore di un blog di ciclismo con un dominio di secondo livello mi stava facendo lo shampoo, e io lo vidi lì, seduto sul marciapiede, con la sua MS Mild tra le labbra.
Mi liberai veemente dell’asciugamano e corsi fuori, i capelli bagnati come dopo una romantica corsa sotto la pioggia.

“Gianni”.
“Chi non mòre se rivede, eh?”.
“Non fare così, voglio solo chiarire”.
“Chiarire de che? Io non ciò gnente da chiari’, sto a posto così, io”.
“Volevo solo dirti che mi dispiace averti abbandonato così”.
“…ma perché l’hai fatto?”.
“Non so, Gianni, è che l’ultima volta che mi hai tagliato i capelli me li hai fatti così male, io…”.
“Se te li ho fatti male un motivo ce sarà stato, no?”.
“E quale?”.
“Gnente, Cla’, è solo che te vedevo… diverso. Meno attento, meno interessato alla mia vita, non sembravamo manco più un barbiere e un suo cliente fisso”.
“Lo sai che i capelli sono una cosa delicata, e…”.
“Mo’ perché te ne sei annato con questo? Prima quella puttana, mo’ questo. Che cià questo più de me?, eh? Er tajo de capelli fico? La macchina da ducento mijoni? Che cià che te piace tanto, Cla’?”.
“Ha solo una cosa più di te, Gianni. Mi taglia i capelli meglio”.
“…”.
“Gianni, lui a me ci tiene“.
“A posto. Ognuno pe’ la sua strada, va bene così”.

Me ne andai. Giorgio mi accolse sul sedile con un sorriso paterno. Mi passò il pettine docile tra i capelli.
Poi mi si avvicinò all’orecchio.
“Ti vedi ancora con quello stronzo?”.

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