Naouelle.

Mi chiamo Naouelle, e faccio le pulizie.
Quando vado a una festa, mi bastano cinque minuti. Cinque minuti e capisco tutto di come andrà a finire.
Ci sono i due che iniziano a parlare alle otto. Lei sorride, lui ha il Mojito in mano. Le le dice: sono di Pescara. E lui: davvero? Bella, Pescara. Parlano tutta la sera, e se ne vanno insieme.
Io, no. Io, quando vado a una festa, mi bastano cinque minuti. Cinque minuti e capisco tutto di come andrà a finire.
In particolare, come andrà a finire a me.
“Piacere, Mauro”.
“Piacere, Naouelle”.
“Naouelle? Che bel nome! Di dov’è?”.
“Francese. E il tuo?”.

Potrei scrivere un prontuario delle conversazioni da approccio. Perché quando inizi a chiacchierare con un uomo, ci sono tre o quattro argomenti fondamentali attraverso i quali la discussione si snoda. Tre o quattro bivi che permettono di capire se sì, resto qua a parlare oppure vado a farmi un altro Negroni nell’attesa che mi si palesi un altro paio di chiappe.
“Com’è che sei qui? Sei amica di Roberto? O di Giuditta?”.
“Di dove sei?”.
“Dove abiti?”.
E, nel mio caso specifico.
“Come mai, Naouelle?”.

Ma poi, c’è un momento in cui la conversazione affonda. Sempre, puntuale.
Quando si viene a parlare di: lavoro.
“E dimmi, Naouelle, che fai nella vita?”.
“Faccio le pulizie”.
“Ah”.

Già: “ah”. Perché la gente va nel panico quando gli dico che faccio le pulizie. Dicessi, che so, che lavoro in BNL, loro resterebbero col sorriso Mentadent stampato, e mi farebbero altre tre o quattro domande prima di passare al prossimo argomento scopatacentrico. E che fai, in banca? Dov’è la sede? Che orari fai? Ti capita di viaggiare?
Oppure, se gli dici: sai, studio, ma per tirare su qualche soldo faccio il cameriere in pizzeria, lì cominciano a chiederti: cosa studi?, e dove?, a che anno stai?
Ma se gli dici: faccio le pulizie e basta, allora: ah. Al limite: ah, ho capito. Li vedi pure, che hanno paura di scivolare erroneamente nell’ah, bello. E se gli capita, ti guardano con una faccia mortificata, come per dire: scusa, se ho detto: ah, bello. Mi sono sbagliato.
Perché pensano che fare le pulizie, insomma.
E la conversazione, sempre, muore lì. Dopo che gli hai detto che fai le pulizie, non sanno più che diavolo dirti e glielo leggi in faccia, che non vedono l’ora di andarsene.

Invece, a me piacerebbe che mi facessero qualche domanda in più. Che si liberassero di questo stupido pudore nel chiedere a qualcuno i dettagli del fare le pulizie.
Che prodotto usi per il pavimento?
Dov’è che non si può passare lo sgrassatore?
Come pulisci lo scarico della doccia?

No, perché mi sa che io avrei, di cose da insegnare. Utili, almeno. Più utili dei dettagli su come trasferire un conto da Caserta a Dar Es Salaam, o su quale operatore telefonico sia il più conveniente. Perlomeno, roba da usare tutti i giorni.
Invece gli uomini si vergognano di stare con una-che-fa-le-pulizie.
Ed è per questo che gli voglio un po’ bene, agli uomini. Perché fanno quelli che non si fanno paranoie, ma sotto sotto, quando ce li hai davanti, ti tirano la media verso il basso.

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