Era Maggio.

Era Maggio, e io sono sempre stata sfortunata con gli uomini.
Se il cinema fosse una metafora dell’amore, io sarei stata Martin Scorsese dal ’73 al ’95. Vent’anni accanto a un attore feticcio, sempre lo stesso, quando usciva un film lo sapevi già, che in qualche modo ci sarebbe stato in mezzo Robert De Niro.
Sempre uomini uguali. In particolare, sempre lo stesso stereotipo. Tipo l’attrice che va a letto col produttore (era il regista), la velina che si fidanza col calciatore, il parrucchiere gay, il sesso tra la moglie e l’idraulico.
Io capitavo sempre con lo stereotipo dell’uomo stronzo.
Quello che fa il carino, offre una cena, ti scopa e poi sparisce dicendoti è perché ti voglio troppo bene che ti sto lasciando.

Ma era Maggio, e lui, lui era diverso.
Iniziò rock, come ogni storia dovrebbe iniziare. Lo conocqui alla festa di Giada, parlammo per ore, c’era intesa e si vedeva lontano un miglio. Talmente tanta intesa che non mi ero neanche accorta che quella al suo fianco era la ragazza.
Voglio dire, non si parlavano quasi, aveva occhi solo per me.
Successe a un certo punto che lei uscì a spostare la macchina, e noi ci chiudemmo in camera e ci saltammo addosso.
La ragazza tornò, ci vide uscire arruffati dalla stanza, ma non si accorse di un cazzo.
E non si accorse di un cazzo per un bel po’, perché tutto continuò a essere rock.
E lei non si accorgeva che scopavamo a casa sua.
Mentre lei cucinava.
I Quattro Salti in Padella.

Poi la sterzata, quella che non speri né ti aspetteresti mai.
Gioacchino la lasciò. La lasciò per me, dico.
Cominciammo a vederci stabilmente. Era Maggio, e lui era un altro stereotipo. Ma stavolta, lo stereotipo che volevo io.
Di quelli che si fanno sempre la doccia prima di vederti, di quelli che quando ci esci il portafoglio lo puoi anche lasciare a casa, che ti lasciano il passo all’ingresso nei locali e sanno suonare il giusto la chitarra.
Voglio dire, avevamo persino una nostra canzone. Io avevo smesso a sedici anni, di sai?, è la nostra canzone.
Ma con lui tutto era naïf, romantico e piacevole.
La nostra canzone era Agnese di Ivan Graziani.

Successe poi che era il mio compleanno.
Era Maggio, e ci eravamo visti un po’ meno, nei giorni precedenti.
Nessun dramma, perché a quel punto ancora non puoi avanzare pretese, non ciai i numeri per farlo.
Ma a mezzanotte e zero due il suo nome squillò.
E io risposi.
Non disse niente: sentii solo un rumore di automobile in movimento, ogni tanto la mano che strusciava sul cambio, e lui che tamburellava sul volante.
Ma pochi secondi dopo iniziai a sentire anche lo stereo.

Se la mia chitarra
piange dolcemente
stasera non è sera
di vedere gente

Era Maggio, e io sorrisi. Ascoltai il pezzo in silenzio, con il groppo in gola.

Agnese mi parlava
nella sabbia infuocata
e io non so perché
non l’ho dimenticata

Iniziai a canticchiare con il sole stampato sul viso.

Lallallallarallallalla…

E lui portò al cellulare all’orecchio che io ancora cantavo.

Lallallallarallallalla…

“Pronto?”
Agnese dolce Agnese, color di cioccolata, adesso che ci penso… non ti ho mai baciata.”
“Ma chi è?”
“Tesoro!”
“…Debora?”
“Che carino che sei stato.”
“Ma mi hai chiamato tu?”
“…in che senso, scusa?”
“Cazzo!”
?
“Mi sa che mi è partita la chiamata.”
Mi si sciolse lo zucchero in gola.
“Ma scusa, non potevi avvertirmi?”
“Ma veramente io pensavo che…”
“Ma porca troia, ho pochissimi soldi! Non potevi attaccare, cazzo?”
“Gioacchino, è che oggi sarebbe…”
“Sei proprio una puttana!”
Argh.
“Non farti mai più sentire, Debora. Mai più.”

Era Maggio, e lui se ne andò.
Io non lo vidi più.
E da quel momento, io, diffido degli uomini che abbiano sia la macchina che il cellulare.
Io, diffido degli uomini.

Dedicato a Debora

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