Il senso del bello

È un mio amico, che una volta mi ha fatto notare questa cosa.
Davanti a una bionda doppio malto, quando sostenni che a me i Cure fanno cagare.
“Perché?”, mi chiese.
“Non lo so. Mi fanno cagare e basta”.
E lui mi disse che ogni tanto si chiedeva quale fosse il mio reale metro di giudizio per stabilire se un gruppo mi piace o no.
Fu un dramma, perché da lì iniziai a chiedermelo pure io. Iniziai a chiedermi dove fossero, le variabili che mi permettono di determinare se una cosa sia bella oppure no.
E non le trovai.
Non le trovai mai.

Il senso del bello è per natura qualcosa di indefinito. Il senso del bello, per me, è come quando ad ascoltare una canzone è una persona che di musica non ci capisce un cazzo.
Perché l’essere musicista è la condanna di chi vuole ascoltare musica in maniera sana. Se sei un musicista non esiste più la bellezza nel suo complesso, la canzone non ti arriva più come un tutt’uno e non sei più in grado di definirla bella o meno.
La batteria è incisiva. La linea vocale è originale. Mi piace l’effetto del basso. Amo questo riff di chitarra.
Ma se non suoni, tutte queste cose non sei in grado di percepirle. E per questo il pezzo ti arriva nella sua globalità, nell’essere uno, e non l’assemblaggio di uno sgangherato caleidoscopio di pezzi di Lego.

Ed è un po’ il metro di giudizio che uso per le donne.
Esistono donne che hanno i numeri. Che dici sì, ascolta i Warren Suicide, legge Efraim Medina Reyes, ama il cinema di Aronofsky. Ci sta tutta, Cla’, vai avanti, è la donna tua.
Poi esistono le donne che hanno quel non so che. Quel non so che che, non sai come né perché, ma ti attira, e ogni volta ne vuoi di più.
Io, nelle donne, ho ritrovato la purezza che ho perso nel rapportarmi alla musica. Ed è per questo che, tra una donna che ha i numeri ma non quel non so che, e una donna che ha quel non so che ma non ha i numeri, scelgo sempre la seconda.

Perché quando ti metti la mia maglietta gialla che ti sta tanto grande e vieni a dormire con me.
Quando, proprio nel momento in cui non me lo aspetto, mi scosti i capelli e mi baci dietro l’orecchio.
Quando mi chiami alle sei e mezza e mi dici passo da te tra poco.
Quando non lo vuoi ammettere ma hai un moto di gelosia.
Quando fai quella gran bella irrinunciabile faccia da culo.
Quando mi dici guidi tu?, e quando entri a casa mia con ancora il casco in testa.
Quando serri le labbra e ti metti al pianoforte a suonare una zoppicante Comptine d’un autre été: L’après-midi.

È in quei momenti che lo vedo.
Anche se non so dove sia di preciso, né perché.
Anzi, proprio perché non so dove sia di preciso. Né perché.

Ma è in quei momenti che penso che il bello sia là.
O da qualche parte intorno a te.

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