Compasso

Sapessi che felicità mi dà
l’idea di non sapere più
quando cammini dove vai
quando dormi con chi lo fai
E quando fai la spesa cosa comperi
di che colore hai colorato i mobili
vorrei non sapere più
nemmeno dove abiti

Mi sono accorto di essere troppo sensibile, ultimamente.
La cosa bella è che piango spesso davanti ai film.
La cosa brutta è che l’ultimo davanti al quale ho pianto è Machete!
Credevo la causa fosse una romantica compassione nei confronti delle persone cui l’intestino viene strappato dal corpo e usato come corda per calarsi da una finestra, ma poi ho capito che Machete! è semplicemente la cosa più vicina al matrimonio di cui abbia mai avuto esperienza nella vita.

Ultimamente sto conducendo una battaglia toponomastica che mi sta consumando dall’interno.
È il naturale processo di eliminazione, direbbe Manuel, subito dopo aver scatarrato su almeno la metà del pubblico pagante.
“Google Inc.?”
“Buonasera. Sono un vostro cliente.”
Tutti sono nostri clienti.”
“Lo so. Ma io ho una richiesta particolare.”
“Mi dica.”
“Vorrei che cancellaste una via da Google Maps.”
“Quale via?”
“Via Dandolo.”
“Ma come? È una delle vie più note di Roma. C’è qualche errore?”
“No, nessun errore, anzi. Semplicemente vorrei che la eliminaste. O perlomeno la Street View, porca puttana, così infierite.”
“Scusi, ma non mi è chiaro il motivo per cui richiede la cancellazione?”
“Motivi personali.”

Già, sarebbe splendido.
Ogni volta che qualcuno va su Google Maps, dovrebbe poter scorrazzare virtualmente per tutte le vie del mondo, ma una volta arrivato a via Dandolo, dovrebbe trovarsi di fronte a un dolorosissimo Error 404: via cancellata per motivi personali.
Tipo la giustificazione a scuola, fai conto: assente per: astri avversi.

Per me via Dandolo non esiste più. Io la evito come la peste. Io, quando devo andare a piazza San Cosimato, piuttosto parcheggio a piazza Trilussa e me la faccio a piedi. Io, se devo andare a via Goffredo Mameli, piuttosto cammino di lato, tipo durante l’ora di educazione fisica a scuola. Io, neanche il verbo, “dandolo”, uso più.
Verbo che comunque non ricorre più di tanto, vista la frequenza della mia attività sessuale.
Poi mi rode il culo ché non posso neanche più fare la battuta: come si chiama il più grande omosessuale italiano? Gustavo Dandolo.

Via Dandolo è lo spillo di un compasso conficcato dentro al cuore.
Perché via Dandolo è: ti ricordi, la prima sera, che ho lasciato la macchina sotto casa tua e il giorno dopo c’era la multa.
O quella volta che eravamo andati all’Ikea e l’ho lasciata per una settimana in via Filippo Casini, ché le strisce blu erano mezze cancellate?, e quando sono andato a riprenderla c’erano una cifra di multe. Sempre multe, cazzo, vaffanculo.
Quella volta che avevamo litigato, e ti ho aspettato per ore e ore sotto casa, ché tu non c’eri, e sei rincasata nell’unico momento in cui mi ero allontanato per pisciare, e come un coglione ho aspettato ancora e ancora.
Il cappuccino e cornetto a portar via della domenica mattina al bar Roma Libera. Ero diventato pure mezzo amico del barista.
“Andiamo a prenderci un bicchiere.”
I capelli bagnati che spuntavano da un portone sempre. Troppo. Grande.
Quella volta a Sperlonga, che era la prima volta senza.
I messaggi in fila allo Zoobar.
E tu, che sei sempre stata la più bella.

Tra poco è il tuo compleanno.
Un altro compleanno, dopo due anni di niente.
Un altro compleanno in cui in mano ci resta solo quello che abbiamo cancellato, e niente di ciò che avevamo costruito.
Costruito a fatica, con lacrime e sangue, in vista di un futuro che ora non c’è più, e che forse non c’era mai stato.
Forse non c’era mai stato, ma tutti e due ci credevamo con questa stupida e maldestra ingenuità.
Ed è stata la più bella favola in cui ho creduto, finché ho continuato a credere alle favole.
Perché a tratti l’ho pensato, me lo ricordo bene, di essere davvero felice.

Ed è stata la più bella favola, di sempre.

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