Icaro

Ho già parlato di quanto ami fantasticare sulla vita delle persone, partire dall’estremità che offrono al mondo e percorrere la strada che porta al loro interno.
Un esercizio nobile e letterario che i naturalisti francesi identificavano nell’espressione raspone a due mani.
Ma c’è anche un’altra circostanza in cui amo gli esercizi di stile come questo: in particolare, quando devo affrontare un chiarimento dopo una discussione con una persona.
Ogni volta che si litiga con qualcuno c’è sempre un momento in cui ehi, qua tocca parlare, vediamoci, chiariamo, ché così non si può andare avanti.
Un roba che non sempre mi va a genio.
Perché a volte credo sia meglio lasciar correre, evitare di perdersi in discorsi labirintici, dire occhèi, basta, chiuso qua, andiamo avanti.
Però effettivamente mettere i puntini sulle i è necessario, di tanto in tanto, ed è lì che comincia Icaro, per me.

Qualche ora, qualche giorno prima di affrontare la discussione, io immagino il percorso che la stessa potrebbe intraprendere.
Partendo dalla domanda chiave, dal nodo fondamentale del problema, e prevedendone gli sviluppi.
Un po’ come leggere la sinossi di un film sul Messaggero e immaginarne la trama punto per punto.
Il che, nel caso specifico di boiate tipo Avatar, ti porta a prevedere esattamente tutto lo sviluppo della storia, dall’animazione iniziale della 20th Centurty Fox ai nomi dei macchinisti nei titoli di coda.
Ma nella vita reale la cosa è molto più complessa. Basta una curva a destra sbagliata, e tutto il ragionamento si sfancula.

INIZIO DEL PROCESSO FIGURATIVO.
“Ciao, Gabriella”.
“Cla’, perché sei sparito?”.
“Non sono sparito. Ho dedotto che non volessi più sentir parlare di me”.
“Ah, sì? E da cosa?”.
“Mi evitavi, non mi rivolgevi la parola, facevi come se non esistessi”.
“E non ti è venuto in mente che magari c’era un motivo, per tutto questo?”.
“Ma magari sì. Solo che io non sono nella tua testa, Gabriella. Non posso immaginare quello che vorresti. Credimi che una situazione del genere era l’ultima cosa che desideravo”.
“Sarà. Io invece penso che semplicemente di me non te ne è mai fregato un cazzo”.
“Sono contento di ciò. Ma converrai che non è nelle tua facoltà psichiche avere la certezza di a me di te non fregasse un cazzo. Non ne puoi essere sicura. Perché, fino a prova contraria, la verità assoluta sul fatto che non me ne fregasse un cazzo di te la posso avere soltanto io”.
“Eh, ma a me è arrivato questo”.
“Non posso farci molto. Posso solo dirti che non è vero”.
“E io non ti credo, Cla’”.
“Allora c’è ben poco di cui parlare, Gabriella. Non si può gestire una conversazione partendo dall’assunto che quello che l’altra persona dice sia falso. Io non sono abituato a ragionare in questo modo”.
“Be’, noi ragioniamo sempre in questo modo”.
“No, Gabriella. Tu ragioni in questo modo. Ci sono altre ragazze con cui ho affrontato discussioni di questo tipo, e nessuna si è comportata in questa maniera. A parte te”.
“Ah sì? E chi altro?”.
“Non credo sia rilevante”.
“Per me lo è. Mi farebbe piacere sapere chi sono queste ragazze così migliori di me”.
“Non mi piace fare nomi”.
“Fallo. Fallo per me, te lo chiedo per favore”.
“Mah, che ne so, tipo Martina”.
“Ah, ti sei scopato Martina?”.
“Ecco! Lo vedi?”.
“Torna da Martina, allora, no?”.
“Ma porca puttana! Ero sicuro che sarebbe andata così. Lo vuoi capire che il chi è assolutamente irrilevante?”.
“Sei uno stronzo. Spero che tu venga investito dal trentasette barrato stasera stessa”.
“Bene. Questa conversazione si chiude qui. Soprattutto perché il trentasette barrato non esiste”.
FINE DEL PROCESSO FIGURATIVO.

Voglio dire, una conversazione del genere mi vedrebbe uscire, in qualche modo, vincente.
Ma non è mica facile che la cosa si sviluppi esattamente come previsto. E anzi, non appena noti una deviazione rispetto al percorso che avevi immaginato, devi essere bravo tu a rimetterla in carreggiata, a riportarla sui binari che ti permetteranno di uscirne trionfante.

“Ciao, Gabriella”.
“Oh, bella Cla’. Hai visto la Roma ieri?”.
“Come la Roma, oh?”.
“Ero da Ettore, io. Che cazzo di gol che s’è magnato Vučinić. Mortacci sua”.
“Ma io veramente pensavo che dovessimo…”.
“Pensavi cosa?”.
“Ehm… pensavo che io… io pensavo che la Roma non volesse più sentir parlare di me. Per questo sono sparito”.
“Ma che cazzo dici?”.
“Ci sono tantissime altre squadre che ho visto giocare allo stadio. E nessuna si è comportata così”.
“Ah Cla’, io ‘n te capisco”.
“Vučinić. Mi sono scopato Vučinić”.

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