Massimo Boldi aveva capito tutto.

“Massimo Boldi aveva capito tutto”.
Questo sarà il refrain dei guru del cinema nelle decadi a venire.
Mi ci gioco le palle. Massimo Boldi avrà un successo postumo da far rodere d’invidia Philip K. Dick e Sergio Leone.
Perché Massimo Boldi ha veramente capito tutto.

È portabandiera di uno stile di vita sano e indolore, è l’alfiere del quieto vivere, Massimo Boldi è il paladino della pace dei sensi.
Perché nessuno l’ha ancora capito, ma l’intera produzione cinematografica di Massimo Boldi è una pachidermica rappresentazione dell’unico modo possibile di imparare l’amore.
Perché la stragrande maggioranza delle storie d’amore che funzionano, al mondo, è la messa in pratica dei principi espressi da Vacanze di Natale, da A spasso nel tempo, da Grandi Magazzini.
I film di Massimo Boldi non fanno ridere. Non fanno piangere. Non suscitano nessuna emozione. Sono standardizzati e ripetitivi. Puntuali. Arrivano ogni anno nello stesso periodo, e mai una volta in cui vadano sopra le righe, in cui devino il proprio percorso, in cui siano qualcosa in più o in meno rispetto a quello che dovrebbero essere.
Ed è un po’ così che io vedo tutte le cosiddette coppie felici.
Si siedono su loro stesse, si accettano così come sono, non puntano mai all’estasi, ai sentimenti forti. Coppie per le quali la vita è lavare i piatti, fare un paio di figli cui cambiare i pannolini, Messa e Roma la domenica e le Chesterfield Blu nei bar della Garbatella.
Coppie che vivono l’amore nello stesso modo in cui guardano il Tg2 Economia.
E quanto invidio, io, la loro capacità di essere così insopportabilmente mediocri.

Altre storie sono invece come i film di David Lynch.
Lucubrose, cervellotiche, contorte, pochi sono in grado di capirle, prendono percorsi sempre inaspettati, e tu che stai lì, rincoglionito dagli eventi, in un anestetico vivere ogni sentimento a mille, sentire, percepire il concetto di bene e bello. Che sia dentro te o da qualche parte là fuori, tu ne godi. Senza mai chiederti né tantomeno saper spiegare perché.
E sono destinate al crollo perché a un certo punto non ci capisci più niente, e il bene e il bello li senti ancora, ne avverti l’esistenza, ma non sei più in grado di stabilire dove siano finiti, perché si stanno strangolando nel groviglio di sopraelevate trafficate che costituisce la metropoli caotica della vostra passione.
Storie che finiscono per essere vittime della loro stessa labirintica e morbosa vitalità.
Altre relazioni sembrano dirette da Quentin Tarantino.
Edonistiche, barocche, irrinunciabili pavoni a nove millimetri. Pura superficie, apparenza, niente di profondo, ma un semplice quanto siamo bravi, quanto siamo belli. Il cinema Tarantiniano è l’amore cui piace guardarsi allo specchio.
Il cinema Tarantiniano è Daniele Interrante che regala un mazzo di rose rosse a Magda Gomes a San Valentino durante una passeggiata al Gianicolo.
Altre, sono film di James Cameron.
Istituzionali, accademiche, pluripremiate. Produzioni i cui mezzi a disposizione sono talmente grandi che anche Fausto Brizzi sarebbe capace di cavarci qualcosa di buono. Pellicole mastodontiche, eppure così ingiustificabilmente caute, ché bisogna rispettare i gusti del pubblico, sempre, e quindi mancano puntuali di quel tocco in più.
Storie la cui tagline è: comunque, doveva andare così.
Altre, infine, sono girate dai fratelli Coen.
Camaleontiche, sempre diverse, tentacolari, a tratti irresistibili e a tratti scoraggianti, sanno farti brillare gli occhi come cadere le braccia, vivono di picchi altissimi, momenti interlocutori e crolli verticali da sbranabotteghino, e per questo mostrano insicurezza, mostrano di non avere ben chiaro dove stiano andando e perché ci stiano andando.
La ricerca frenetica e disperata di un angolo del mondo in cui stare definitivamente bene.

Io, ad oggi, non sono mai riuscito a trovare una storia d’amore alla Martin Scorsese.
Perfetta, sublime nella forma e nei contenuti, scritta con gusto, impeccabile tecnicamente e toccante al contempo.
Perché alla fine l’amore vero è il sogno cloroformico di un mondo che si è stancato di pensare.
Sì, Massimo Boldi ha veramente capito tutto.

Share this...
Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on RedditEmail this to someone

Commenta

comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *