Solitario (come quando)

C’è questo solitario, che è il solitario più difficile del mondo.
Cioè, il più difficile da finire, ma uno dei più semplici da fare.
Si fa con le carte piacentine o napoletane. Prendi tutto il mazzo in mano, il dorso rivolto verso di te. E poi le giri una a una, contando ciclicamente fino a tre.
Ùno-dùe-tré. Ùno-dùe-tré.
Se ti esce una carta pari al numero che hai detto (un dùe quando dici dùe, un ùno quando dici ùno, un tré quando ABBIAMO-CAPITO-CLA’), hai perso e devi ricominciare.
Sembra una cazzata, ma le probabilità di riuscita sono tipo bassissime.

Questo solitario mi ricorda una storia, ma non ricordo se fosse un sogno, un’esperienza reale, un film d’essai, una canzone di Daniele Silvestri o una partita a Metal Slug.
Ero fuori da un pub, sembrava inglese, ma solo perché già pieno alle cinque di pomeriggio. Dava sulla strada, e io ero appunto là, in mutande e maglietta.
Occhèi, forse era un sogno.
Entro dentro questo pub: è affollato di teste rasate con braccia di circonferenze mai percepite dai produttori di materiali tessili, ma in un angolo c’è una signora anziana. Da sola. Davanti a sé, un mazzo di carte. A fianco, un bicchiere d’acqua.
Occhèi, forse era un film d’essai.
Nella confusione generale, lei era quel tipo di persona che riesce a regalare all’ambiente che abita un momento di prezioso e irrinunciabile silenzio.
Intorno a lei avrebbe potuto esserci un concerto degli Impaled Nazarene, una puntata di Amici di Maria de Filippi, un gruppo di sedicenni in ritorno in bus dal doposcuola al Vivona, ma sarebbe stata sempre e comunque capace di donare al suo angolo di mondo un’incomprensibile quiete, una quiete che neanche uno scontro a fuoco in una giungla avrebbe potuto turbare.
Occhèi, forse era una partita a Metal Slug.

Mi sedevo vicino a lei. Stava facendo il solitario, quel solitario.
Ma in un modo strano: aveva disposto il mazzo di carte, coperto, sul tavolo davanti a sé, e ne estraeva una carta alla volta con un ritmo lentissimo, quasi irritante.
Girava una carta, si metteva a braccia conserte e la guardava per minuti, per mezz’ore, direi.
Poi ne girava un’altra.

“Così ci mette un sacco”, le dissi.
“Che intende?”.
“Ritmo. Ci vuole ritmo. Ùno-dùe-tré. Questo solitario viene una volta ogni morte di Papa, e facendolo così ci vorrà una vita prima di finirlo”.
“Io non sto facendo il solitario”.
E inizialmente mi si gelò qualcosa dentro. Nel ritrovarmi così bigotto, ad associare un’anziana signora seduta in un pub senza compagnia all’ironicamente calzante gioco chiamato Solitario.
Ma poi pensai: fanculo, cosa cazzo ci devi fare con un mazzo di carte da sola, allora?
“Ah, non fa il solitario? E che fa?”.
“Le carte. Studio le carte”.
“Che intende?”.

E mi spiegò, con la rarefazione delle consonanti tipica della terza età, che le carte sono una delle cose con cui l’uomo si rapporta nella maniera più superficiale al mondo. Più che con gli album Panini, le spillette dei gruppi Emo, l’iPhone 4 o altre stronzate assolutamente irrilevanti come l’amore o la felicità.
Già, perché quando hai un mazzo di carte in mano, vedi un tizio con una corona e dici: re. Vedi un tizio vestito in maniera ridicola e dici: fante. Vedi un fantino e dici: cavallo.
Senza mai fermarti a guardare con attenzione tutti i particolari, tutte le sfumature, tutte le sfaccettature che rendono, in qualche modo, quella carta unica e irripetibile.
Come quando ascolti un gruppo emergente esibirsi dal vivo al Coffee Pot e dopo la prima strofa della prima canzone dici: fanno cagare.
Come quando leggi una riga di un articolo di giornale e pensi: non sa scrivere, o magari: è un coglione.
Come quando un libro decidi di non comprarlo in base alla copertina o al titolo.

Cazzo, sono un idiota.
Ma come ho fatto a non accorgermi prima?
Dovevo proprio avere gli occhi bendati
per non vedere tutti i giorni passati, sprecati, buttati, consacrati al niente
A quel continuo trastullarsi della mente
escogitando ogni nuovo espediente per ripromettersi sempre la mattina seguente la stessa carota.
Cazzo, sono un idiota.

Occhèi, forse era una canzone di Daniele Silvestri.

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