Alice in Envyland (Bocca di Rosa nell’era della globalizzazione)

“È una puttana”, dicevano, e non c’era certo bisogno di scomodare Faber per capire che era tutta invidia.
Si era trasferita in quel condominio da poco più di un mese, un condominio che era indubbiamente troppo marrone per lei. Un condominio di quello dai cartelli che si pregano i signori condomini di chiudere sempre il portone, di quelli che il giorno 25 febbraio il parroco della Chiesa di Santa Maria del Carmelo passerà per la benedizione, e il giorno dopo assemblea di condominio, e raccogliete le cacche dei vostri cani o li sgozzo, porcaputtàna.
Quel tipo di condominio che quando sei fuori della porta di casa è tutto un sorriso, un buonaséra, un primalèi-massifigùri-laprègo, ma solo finché porta blindata non ci separi, ché poi è un chiacchiericcio incessante e sospirato da film di Virzì, e l’hai vista com’era vestita, e l’altro giorno s’è portata un uomo a casa, e poi ‘sta musica sempre alta.

Non è che ci facesse poi tanto caso, Alice.
“È una puttana”, dicevano, “l’altro giorno l’ho vista che rientrava mezza nuda in casa, alle otto del mattino”.
“Ma come, scusa?”.
“Stavo a apri’ la porta a mi’ marito, e questa stava in reggiseno e mutande sul pianerottolo, cià visto, è scappata, s’è chiusa la porta dietro”.
“Ma che stava a fa’?”.
“Ma che no’ lo sai, come so’ quelle de oggi? Sarà stata a balla’ e se sarà messa a fa’ l’amore giù in giardino, manco è riuscita ad aspetta’ de rientra’ in casa, ciaveva le fregole, se sarà pure persa i vestiti”.
“Ma dimme te!”.

“È una puttana”, dicevano le donne.
E gli uomini annuivano in silenzio, ché comunque tra di loro se lo dicevano.
“È un bel vedere, eh”.
“Eh, è ‘na donna giovane, so’ ragazze, semo stati giovani tutti”.
“Ma poverella infatti”.
“Tutto quel ben di Dio”.
“Scopa”.
“Eh, lo credo bene”.
“No, volevo di’ scopa. Nel senso di: ho fatto scopa”.
“Ah, e li mortacci tua, mentre so’ distratto”.

Poi, le comari, cominciarono ad averne abbastanza.
Perché ogni mattina qualcuno, uscendo dall’ascensore o da casa, si trovava ‘sta tizia sul pianerottolo, mezza nuda, indosso una gonna e basta, o solo la maglietta con le mutandine di pizzo, che appena li vedeva soffocava un urletto e scappava dentro casa.
E poi usciva sempre tardi, verso le nove e mezza.
“Sto facendo tardi al lavoro”, diceva con sorrisi imbarazzati.
“Eh, ‘o so io perché fai tardi al lavoro”, pensavano le comari.
“E pe’ te mo’ è pure presto pe’ anna’ al lavoro”.

“È una puttana”, si sussurravano complici.
Finché, un giorno, parlarono con l’amministratore.
Che Alice poi era un bel vedere pure per lui, però aveva una moglie che faceva cicì e cocò con le comari, e non poteva mica fare una brutta figura.
“Signori’, qua tocca che la fa finita”.
“Cosa, scusi?”.
“Nel senso, è tanto una bella ragazza, ma me gira sempre mezza nuda pe’ il condominio, alla gente je vengono i sospetti, me capisca”.
“Ma guardi che io…”.
“Signori’, a me non me ne frega niente de quello che fa lei, je sto solo a di’ che non me deve più gira’ nuda pe’ i pianerottoli, altrimenti tocca risolve in maniera diversa”.
“In che senso, scusi?”.
“Annamo, signori’, se semo capiti, no?”.
“No, io non ho capito proprio niente”.
“Quello che fa lei è contro la legge signori’, io potrei chiama’ la polizia, ammenoché”.
“A meno che”.
“A meno che, insomma, lei non faccia la carina co’ me”.

Silenzio.
“Che poi lo sapemo tutti che alla fine fa questo di mestiere, parlamose chiaro”.

Alice abbassò lo sguardo.
Si prese la bocca tra pollice e indice sinistro.
T.amburellò il piede destro, sedici volte.
Poi schioccò le labbra, alzò gli occhi verso l’amministratore puntando il dito lungo la bisettrice del primo quadrante, sembrava Silent Bob quando sta per dire la frase risolutiva nei film di Kevin Smith.

Ma non disse niente.
“Cià ragione, mi scusi. Non succederà più, glielo assicuro. E ora, buona serata”.

Fece perno sul piede sinistro, ruotò di centottanta gradi, oltrepassò il portone d’ingresso e se lo chiuse alle spalle.
Accese una Chesterfield blu, si sbottonò la gonna, prese il cellulare, digitò dieci cifre.

“Alice?”.
“Magda? Mi devi accompagnare da Ikea”.
“Prossima settimana?”.
“No, Magda. Oggi. Mi serve un cazzo di specchio. Quello dell’ascensore non lo posso più usare”.

Liberamente ispirato a Bocca di rosa di Fabrizio de André.

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