La tristezza fu avvistata a Mostacciano


Se vi chiedessero.
Qual è il momento della vita in cui ti sei sentito più triste?
Probabilmente avreste in mente un’orgia di risposte: la morte di un parente caro, la fine di una storia d’amore, una bocciatura a un esame, lo scudetto della Lazio, avere quattro euro e trentatré spicci e doverne pagare quattro e quarantasei, Jenna Jameson che abbandona il mondo del porno, Giovanni Lindo Ferretti che diventa cattolico, evvabbè.
Queste sono robe che ti fanno versare ettolitri di lacrime, si sa.
Però non rappresentano metri di giudizio attendibili, perché il pianto, in sé, è un processo autorinnovante, ciclico, è un cane che si morde la coda: piangi perché sei triste, e piangere ti fa sentire ancora più triste, insomma, si alimenta in maniera tale che è difficile rintracciare l’origine del dolore.
Se sia il motivo per cui piangi, o il pianto stesso.

Ma la tristezza, la tristezza vera, è una cosa diversa.
Ti si pianta dentro senza farti versare una lacrima, ti installa un senso di irrimediabile precarietà, sistàcco medautùnno, sugliàl berilefòglie.
Per intenderci: se il pianto è il Negroni, la tristezza è il Long Island. Che quasi neanche te ne accorgi, ma ti sventra dall’interno.

La mia risposta era a Mostacciano, tre anni fa, verso le tre di un pomeriggio domenicale. Precisamente, al Mandarino.
La domenica, il Mandarino è: il cappuccino e cornetto dopo la messa, il Messaggero sottobraccio, le ricariche Tim da dieci, il Totocalcio e concorsaglia varia, due pacchetti di Multifilter Rosse dure, grazie, posso usare il bagno?
Io ero in fila alla cassa. Davanti a me, una coppia con bambino.
Lui. Sui trentacinque, capello riccio con canizie avanzante, occhiale da vista senza montatura, pancia in eccesso, un paio di jeans dell’Oviesse. Il classico tipo da Grazie Roma come suoneria del cellulare.
Lei. Più o meno la stessa età, capello arancione, il sovrappeso da post parto di quelli che poi-non-te-ripiji-più, il marmocchio sottobraccio, il movimento incessante delle braccia a cullarlo, che a guardarlo mi chiedo come abbia fatto io, da infante, a passare la vita a farmi shakerare che neanche la Piña Colada.
Soprattutto, lei, tuta. Lei tuta, di quelle di acrilico, blu elettrico, con le tre strisce verticali lungo la gamba.
E visto che non sono sicuro abbiate dato a questo particolare la giusta importanza, lo sottolineo di nuovo: lei, tuta.

La coppia è alla cassa. Ordina cappuccino, cornetto, sigarette.
Poi, davanti al cassiere, attacca a litigare, quel litigare di ogni giorno, sulle piccole cose, in maniera costante. Il classico litigare da Ikea, per intenderci.
“Ma perché je devo compra’ pure le caramelle se tanto poi non se le magna?”.
“Se le magna, se le magna, stavolta se le magna”.
“Sempre così dici, ma perché me devi fa’ butta’ i soldi?”.
“E mamma mia quanto sei taccagno, e se non le magna se le magnamo noi, no’ rompe le palle”.

Il cassiere li guarda imbarazzato. Loro, sembrano abituati.
Lui, “e vabbè. Mi dia ‘sto pacchetto de caramelle”.
Poi aggiunge.
“E anche un gratta e vinci da 5 euro”.
Allunga i soldi, lo infila in tasca, prende il resto, e gli regala un sorriso amaro e plastico, di quelli che ti possono fiorire in faccia solo guardando un film di Özpetek.
…ché magari è la volta bbòna“.
E se ne va verso il bancone, lasciando moglie e figlio indietro, alla cassa, neanche la cortesia di aspettarli, la cortesia di un sottobràccio.

Ecco, quella specifica scena rappresenta il momento in cui mi sono sentito più triste, nella vita.
Non la tristezza standardizzata e fordista delle tragedie base. Piuttosto, un’amara contemplazione di ciò che la vita è, o la prospettiva di ciò che la vita può essere.
Costruire, giorno dopo giorno, un’interminabile e amara abitudine.
Guardare negli occhi una donna, chiederle di sposarti, un matrimonio felice con qualche amico che c’è rimasto male perché non m’hai invitato, eh ma che vuoi, i soldi sono pochi, me so’ svenato per la cerimonia, comunque il parroco è stato bravo, eh?, ha fatto un bel discorso, peccato per i bambini che facevano casino.
Poi, gli anni che avanzano, la casa alla Tiburtina, la revisione della Twingo, le bollette che la devi smettere di chiamare i cellulari da casa, e passa a fare la spesa una volta tanto, cristoddìo, ma che cazzo vuoi?, io lavoro tutto il giorno.
Tutti i giorni a casa, sempre alla stessa ora, pasti ciclici, una mignotta ogni tanto.
L’amore è l’illusoria costruzione di un piano ulteriore in quella casa sgangherata che è la nostra vita, un piano in cui sentirci, tutto sommato, persone migliori. Un piano che inizieremo ad assemblare con entusiasmo, poi gli dedicheremo sempre meno tempo, fino a lasciarlo perdere e tenercelo così com’è, in un angolo.
Perché chiunque pensi che la felicità sia un sentimento che può sopravvivere a una legislatura è una mente disturbata, malata, pericolosa o semplicemente ingenua.

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