L’otto alle otto (chissà se in Paradiso c’è il wi-fi)

Era il 21 settembre.

Dovevo andare a consegnare i documenti per la domanda di laurea. La domanda di laurea a La Sapienza di Roma, uno dei brontosauri burocratici più studentivori che il Gelminozoico abbia mai conosciuto.
Nel mio zaino, una tassonomia di moduli che avrebbe fatto diventare un cane idrofobo qualsiasi zelante impiegato delle basta-con-questi-paragoni-de-‘sta-minchia-Cla’: domanda d’esame di laurea in bollo da €14,62 con la firma del Professore relatore, fotocopia del bonifico bancario relativo alla soprattassa di laurea di €68, elenco completo di tutti gli esami sostenuti, copia della tesi su ciddì, tasse relative all’iscrizione all’anno accademico in corso, quattro copie di Le Ore, un Exogino bloccato nell’ambra, il contenuto della valigetta di Pulp Fiction e soprattutto, e sottolineo soprattutto, gli statini.
Già, perché alla Sapienza, almeno finché ci sono stato io, non c’era il libretto degli esami sostenuti. C’erano gli statini, sorta di scontrini 30×7 centimetri che il professore ti rilasciava a ogni esame; ne avevo 32, custoditi gelosamente nell’orifizio vaginale di Rosy Bindi per evitare che chiunque vi si avvicinasse.
Mi avevano cacciato di casa, in quel periodo, per motivi che non sto a spiegare, e non ci stavo tanto con la testa. Dovevo muovermi in tempi brevissimi, e così ogni giorno portavo via con me qualche oggetto, mobile o vestito che poi lasciavo da mia madre.

Quel giorno avevo con me un quadro e un portaombrelli.
Erano le otto, salii sull’otto, scesi dall’otto, entrai in macchina.
Dieci minuti dopo, realizzai.
Avevo dimenticato lo zaino dentro il tram.
Con gli statini, e una manciata di oggetti di valore, tanto per renderlo più appetibile: portatile, cuffie da dj, bancomat, carta di credito, iPod.
Dio solo lo sa, quanto urlai quella mattina. Quanto mi maledissi per il solo fatto di aver messo piede nel mondo, per essere così irrimediabilmente sbagliato, per aver sempre e comunque fallito nelle occasioni topiche.
Dio solo lo sa, quanta gente ci può entrare, nell’otto, alle otto di mattina, da largo Argentina al Casaletto passando per stazione Trastevere, uno dei punti di snodo di tutti i pendolari di Roma.
Correvo lungo il percorso del tram rigandomi il volto nel vedere decine di persone ammassate a ogni fermata, bruciando i semafori rossi, raschiandomi la gola che neanche diecimila sigarette. A ritrovarlo, lo zaino, avevo perso le speranze. Aveva più possibilità Alex Zanardi di vincere una gara di mezzofondo. Contro Sonic.
Quando arrivai al capolinea avevo la parlata incasinata. Vidi due autisti, in piedi, corsi verso di loro.

“Io… scusate, avete… lo zaino, ho perso…”.
“Che c’era dentro?”.
“Portatilecuffiebancomatcardadicreditoipod ma non mi interessa, avevo tutti i documenti di…”.
“Questo qua?”.
Davanti ai miei piedi, che neanche l’avevo visto. Il mio zaino. Lo guardai come una madre guarda un bambino che si è perso al supermercato.
“Deve ringraziare questo signore”.

Accanto ai due autisti, le braccia dietro la schiena, sorrideva affabile un signore sui sessanta inoltrati.
E per un momento desiderai che quel signore fosse nella mia testa. Perché, pure per un fanatico della lingua come me, non c’era parola che fosse la parola giusta, non c’era figura retorica, non c’era soggetto-verbo-complementoggètto che potesse spiegare quello che provavo in quel momento. L’unica soluzione sarebbe stato un cavo canon-canon, dal mio cervelletto al suo, per comunicargli il turbine di sensazioni che mi annebbiavano la testa e al quale un grazie, un lei è un santo non avrebbero mai reso giustizia.
Ma quel signore sorrideva, sorrideva di un sorriso plastico, da film di Lynch. Diceva non è niente, l’ho preso perché vedevo che lo stavano adocchiando, non si preoccupi.
Cercai di pagarlo.
Perché da che mondo è mondo, quando il sentimento è insufficiente l’uomo si rimette nelle mani della materialità.
La materialità dà sicurezza.
Ma lui rifiutò.

E mi piace pensare che dietro tutto questo ci fosse mio padre.
Perché mentre la vita se lo mangiava, lui ripeteva sempre lo stesso ritornello. Claudio deve studiare, lasciatelo in pace, deve studiare, non deve avere brutti pensieri, Claudio deve andare avanti. Anche se andare avanti vuol dire cancellare il suo numero di cellulare dalla rubrica, un numero che non avrei chiamato mai più, un numero che non sarebbe più stato di nessuno.
Deve fare quello che io non sono mai riuscito a fare, deve andare avanti lui, ché io mi fermo qui.
Ché io non ce la faccio più.
Mi ricordo quando mi telefonava mia madre, dall’ospedale, mi parlava, e mi diceva che sì, va tutto bene, papà ti saluta, e in secondo piano sentivo la sua voce, ciao Claudio, diceva, papà ti vuole bene, il ciociaro vizio naïf di parlare in terza persona.
A spingere sull’acceleratore fino alla fine, a vivere la sua esistenza fino all’ultimo respiro, fino all’ultimo secondo, a non privarsi di niente. Perché, come me, non riusciva ad accettare il fatto che a volte la vita è una merda, però bisogna prenderla così come viene, bisogna accettare, fare buon viso a cattivo gioco.
E infatti, a pochi mesi dalla morte, veniva ancora ai miei concerti, con i Sottopelle.
Alle undici di sera di venerdì, a sentire poco più del chiasso in un locale.
Indossava un lungo cappotto beige, e un cappello.
Non lo vidi mai, papà, col cappello. Era come me, in questo, non indossava mai cappelli.
Quello gliel’aveva regalato la chemioterapia.

Io non credo in Dio, non credo alla Madonna, non credo a Topolino, credo un po’ a Babbo Natale, ma credo tanto, tantissimo a mio padre, e sono sicuro che quel 21 settembre abbia voluto darmi un segnale, che abbia cercato di rendermi la vita più semplice, ché quel giorno mi si stava deviando verso la merda che tanto odiava, e lui con un cazzotto l’ha raddrizzata.
E non è un caso che la mia laurea cada nel giorno della commemorazione del sesto anniversario della sua morte.

Il sole sorge ogni giorno.
Solo che a volte è più difficile trovarlo.

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