Io odio i fotografi (trittico sulla misantropia, episodio I)

Mentre cagavo, oggi, ho avuto l’illuminazione.
Avete presente quando state sulla tazza del cesso in preda a una deprimente difficoltà evacuativa, a fare respiri profondi, e improvvisamente il dirigibile marrone senza elica e timone dentro voi fa capolino sul mondo e si tuffa di testa in triplo carpiato nelle acque cristalline dei cagatoi da ufficio?
Ecco, in quel preciso momento, oggi, ho deciso di creare il Trittico sulla misantropia di ciclofrenia.it.
Tre scritti sulle tre categorie che odio di più in assoluto: i fotografi, i buttafuori e i tassisti. Ora:

  1. I fotografi;
  2. I buttafuori;
  3. I tassisti.

Oddio, poi non assicuro che la lista non si allarghi, dato che ho un certo senso di insofferenza nei confronti di quegli avanzi da anticoncezionale che la società si ostina a definire esseri umani.

Orbene, qualche tempo fa a Roma è nevicato.
Un ottimo spunto per sparare a zero sulla prima delle tre categorie: i fotografi.

PREMESSA: In questo post sparo solo un sacco di cazzate, la maggior parte delle quali non penso neanche. Non prendetevela, ci sono cose più serie a cui dedicare la vostra rabbia: stiamo qua solo per prenderci per il culo.

Io odio i fotografi.
Li odio perché tutti possono essere fotografi, o perlomeno aspiranti tali.
Li odio perché quando nevica a Roma, il mio newsfeed di Facebook si deve assolutamente intasare di foto di qualità Tavernelliana ritraenti le più famose piazze di Roma, tutte sborrate di neve.
Li odio perché ATTENZIONE-STO-PER-DIRE-UNA-CAZZATA il 75% dell’arte fotografica non è nello scatto, ma in tutto il lavoro che viene prima (il pompino che la fotografa fa al suo ragazzo, o a un qualsiasi passante, prima di posizionare la camera sul treppiedi) e dopo (il certosino lavoro di editaggio Fotoscioppiàno con cui cancellano dalla foto i residui dell’eiaculazione susseguente al sovracitato pompino) FINE-DELLA-CAZZATA.
Li odio perché, del restante 25% di arte attribuibile allo scatto in sé, il 90% è dato dal soggetto e dall’ambientazione. Prendi un bambino Somalo denutrito, lo schiaffi a fianco al Millionaire di Briatore mentre giochicchia con una formica vicino all’unica crepa del manto stradale, e hai cagato un messaggio di abnorme importanza sociale.
Ma vaffanculo.
Li odio perché la bellezza di una foto sta nella luce e nei colori. Diocrìsto, geniale, come dire che la bellezza di una canzone sia nell’acustica della sala dove la suoni, o che quella di un racconto sia nella qualità della carta su cui è stampato.
Li odio perché una risma di fogli A4 costa due euro e mezzo e una Reflex con obiettivo accettabile 600 euro. Che poi è più o meno lo stesso prezzo di uno strumento musicale da principiante, con la sola differenza che se non lo sai suonare, il suddetto strumento, è difficile che possa cavarne una serie di fan pronte a succhiarti l’uccello ogni volta che suoni un pezzo.
E invece il fotografo, ammazza, è bravissimo, è sensibile, andiamo a fare qualche scatto, tesoro?, e poi diventano subito le loro profàil pìcsciur di Féisbuc.
Una passeggiata per Roma, due foto, e hai rimediato il pompino. Invece, mettetevi nei miei panni, io, che cazzo faccio io?, mi porto appresso la batteria e suono I cum blood dei Cannibal Corpse?, intasco la stilo e sfodero un paio di poesie al volo mentre famo la fila da Zara?
Pietà.

Io i fotografi li odio perché, in fin dei conti, per scrivere un bel pezzo devi saper scrivere.
Per comporre una bella canzone devi saper suonare.
Per fare una bella foto, alle volte è sufficiente un gran colpo di culo.
Ma forse lo dico solo perché io, a fare le foto, sono una pippa.

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Altri articoli del trittico sulla misantropia: #tritticosullamisantropia

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