Lucia passava l’aspirapolvere

Quando era triste, Lucia passava l’aspirapolvere.
Lo faceva sempre, perché le dava idea di nuovo, di ordinato, di ripulito, il profumo di una rivista appena comprata.
Specialmente, lo faceva ogni volta che litigava con Maurizio.
E succedeva spesso, sempre più spesso.
Una litigata furiosa, urla, porta sbattute, parole di quelle che poi ti penti di averle dette, e scusa amore, non lo pensavo, davvero?, davvero, sì, non lo farò più.
E il nonlofaròpiù giaceva sempre, e inevitabilmente, nella prossima volta.

Così che, l’ira ancora rovente nella stanza, Lucia prendeva l’aspirapolvere e iniziava a pulire. Pulire di una pulizia minuziosa, calma e paziente, ma un pulire che Carla Bruni avrebbe potuto sedercisi a culo scoperto, su quel pavimento, pulire di quella pulizia che puoi leggere solo nei libri, o nei post di un blogger sfigato.
Puliva perché credeva nell’idea, sperava nel concetto di pulito.
Ma le liti si facevano sempre più violente, il rapporto si stava sgretolando, e per dare veramente quell’idea platonica di pulito cui puntava tanto, per spazzare via ogni volta un lerciume sempre maggiore del precedente, ci voleva il triplo del lavoro, ci voleva una forza che Lucia non aveva più.
E il pavimento era sempre meno tirato a lucido.
Loro facevano finta di non accorgersene.

Finché, un giorno, smisero di guardarsi negli occhi mentre parlavano.

Perché la vergogna era tanta, e accettare di aver sventrato con le proprie mani la cosa più bella che la vita avesse regalato loro era dura, ahi se era dura.
Il momento fu quello in cui le liti non furono neanche più in grado di suscitare ira, ma un’amara contemplazione di quello che siamo, e cosa siamo rispetto a quello che siamo stati, e se andiamo avanti di questo passo, un sempre più sfocato quello che saremo.
Sempre più indefinito, sempre più lontano, sempre più altro da quello che effettivamente eravamo.
Allora, presero a parlare guardandosi le punte dei piedi.

“Il pavimento è sporco.”
“Lo so.”
“Devi pulirlo.”
“Si risporca uguale. Sempre.”
“Devi pulirlo più spesso.”
“Non c’è momento della mia vita in cui io non stia pulendo questo pavimento.”

Un giorno, l’aspirapolvere si ruppe.
Si ruppe troppo presto, per Lucia, perché lei ci credeva ancora, a quel pavimento pulito, credeva ancora che potesse essere sempre lindo, credeva di poterlo vedere ancora tirato a lucido com’era una volta.
Credeva che potesse veramente tornare a essere il pavimento splendente di una volta.
Allora imbracciò la scopa. Fanculo, pensò, se l’aspirapolvere si è rotto, io vado avanti a mano.
E riprese, ogni volta, a pulire, pulire di una pulizia preoccupata e ansiosa, un’angosciante anelito di apparenza sul quale tornavano gli stessi occhi, puntati sui piedi, che non potevano fare a meno di studiarlo, di vivere l’evoluzione di quel pavimento.

“È ancora sporco.”
“È pulito. L’ho appena pulito.”
“Si sta sporcando di nuovo. Vedi?, la polvere.”
“La vedo.”
“E perché questa non l’hai pulita?”
“Perché si è formata dopo che avevo già pulito.”
“Quanto dopo?”
“Immediatamente.”

Infine, anche la scopa si ruppe.
Lucia non aveva più niente in casa. Così, prese una pezza da cucina.
Di quelle con cui pulisci i fornelli, quelle che non vanno bene, perché la polvere, la sporcizia ci si attacca e finisci per passare sul pavimento una pezza sempre sporca.
Finisci per spostarla, la polvere. Finisci per portartela sempre appresso.
Quel giorno, Lucia pulì di una pulizia isterica e rabbiosa, grattava le macchie dal pavimento con le unghie, digrignava i denti, e passava la pezza sul pavimento gridando il si minore.
Ma quella pezza non la raccoglieva la sporcizia, la assorbiva. E i mucchietti di polvere rimanevano.
E allora Lucia smise di lottare, e li spostò tutti sotto il divano.

“È pulito, ora, il pavimento.”
“Già.”
“Non sei felice, che è pulito il pavimento? Tutta un’altra impressione, no?, la casa sembra nuova.”
“Già, tutta un’altra impressione.”
“Io sto bene ora. E tu?”
“Io? Sì, anche io. Anche io sto bene.”

La polvere si moltiplicava sotto il divano, sotto il mobile della televisione, sotto la libreria.
Sedevano sul divano, e intorno, un’inquietante squadra SWAT ad azione allergica.
Finché non cominciò a fuoriuscire, la polvere.
Fuoriuscire da ovunque, fuoriuscire anche da dove non c’era mai stata, ogni singolo angolo del mondo, anche il più remoto e tranquillo, era diventato una bomba a orologeria.
Finché non ci fu più possibilità di dire niente, finché non fu più possibile muovere un passo senza smottare una quantità di polvere sempre maggiore.
Finché ogni parola non diventò la parola sbagliata, e ogni frase fu ferita. Ogni singolo accadimento divenne motivo di livore, ogni sguardo, ogni suono era interpretato nella peggiore maniera possibile.
Tutto il mondo divenne un terrorizzante motivo di litigio.

E fu allora, che nessuno al mondo avrebbe più azzardato muovere un passo dentro la stanza.
Restavano immobili sul divano, a usarsi patologica delicatezza, le parole pesate, per non smuovere niente.
Per non uscire da una stanza, per non vedere ciò che c’era al di fuori, per cercare di recuperare dall’interno tutto quello che si era perso.
Gli occhi fissi sui piedi statici.

“Ti lascio.”

E uscì dalla stanza. Uscì di un passo leggero e femminile.
I piedi, scuotendo la polvere, evidenziavano ancora un pavimento che voleva e poteva essere pulito.
Un pavimento che piangeva al mondo un disperato desiderio di splendore.

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