Infermità alimentare

Voglio dire, lo giuro che stavolta mi ci ero impegnato.
E poi lo sanno tutti che non sono un fenomeno a cucinare.
Non è per pigrizia, né per snobismo, eh, è che la trovo una grandissima perdita di tempo, passare ogni sera tre quarti d’ora, un’ora!, a barcamenarsi tra forni e fornelli, a pelare le patate, a tagliare i pomodori, per preparare qualcosa che poi cessa di esistere in mezz’ora.
Non come la musica, eh, almeno là ti resta un disco, una registrazione in sala, o come la pittura, un quadro, una bozza, o anche il semplice farsi una canna!, ti sale la fattanza che…
…come dite, scusate?
“Non devo divagare”?
Ah, occhèi, no, è che è un mio difetto.

Ecco, quella sera ero determinato, dicevo.
Dovevamo suonare al Rock Incontro, una serata organizzata da Mauro di Maggio.
Si suonava presto e senza soundcheck, roba da stare lì per le nove, così ho proposto al cantante del mio gruppo di venire a cena da me.
Ché lui lavora lì vicino.
Come si chiama? Pierfrancesco Calvani.
Calvani, non Galvani, con la cì.
Uhm, dalle parti di Monteverde, circa.
Oddio, aspetti… ventotto.
Ma poi che cazzo ve ne frega?

E insomma, mi ero detto dài, stasera faccio la carbonara.
L’ho chiamato, spavaldo.
“Ao’, te vabbène ‘na carbonazza?”
E intanto ho buttato l’occhio dentro al frigo.
Merda!, ho solo un uovo!
“Eh, scusami ma non ciò uova. Ti va bene un’amatriciazza?”
E lui ha detto che sì, andava bene, ma dovevo iniziare a cucinare subito.
Eddài, allora, inizio a cucinare subito.

Pentola.
Acqua, nella pentola.
Pancetta via! dal frigorifero.
E forza col soffrì.
Merda!
E fu lì che mi accorsi che neanche l’olio, ciavévo.
L’olio, dico.
Dove lo compro?
Al Todis, normalmente, ma perché?
Eh, perché costa poco.
No va be’, abbastanza, ma comunque che vi importa di quanto guadagno?
E poi sono io che non devo divagare.

Comunque, lo chiamo.
“Senti, oh, mi dispiace ma non ho olio a casa, non è che puoi comprarlo?”
Eh no, mi ha detto.
Che dovevo fare?
No, ditemi ora, che cazzo dovevo fare?
Va be’, sì, sto calmo, stoccàlmo.

Ecco, allora gli ho detto.
“Occhèi, allora se non ti dispiace la faccio…”
Col burro.
Sì, lo confesso, ho detto col burro.
Se gliel’ho fatta? Certo che gliel’ho fatta.
Era… pancetta soffritta nel burro e parmigiano.
Eh, cosa ha detto.
Che era un po’ secchetta, cristoddìo.
Diciamo che ne ha presa una forchettata, l’ha inghiottita.
Poi mi ha guardato, e ha detto.
“Claudio, hai presente Matrix? Hai presente quando Neo va a Zion, che mangia quella sbobba insapore per pranzo, con il tizio che gli dice che quando la mangia immagina che sia una prelibatezza unica? Ecco, da te sembra di mangiare esattamente quella sbobba.”

Così mi ha detto, nient’altro.
Ora, posso capire che sia stato indelicato, però mi sembra esagerato.
Incapacità fu la mia, mica altro.
Articolo 439 del codice penale?
Avvelenamento di acque o sostanze alimentari?
No, mi scusi, mi faccia leggere.
Chiunque avvelena acque o sostanze destinate all’alimentazione, prima che siano attinte o disttribuite per il consumo, è punito con la reclusione non inferiore a 15 anni.
Eh, vabbè, effettivamente ci sta tutto.

Però quindici anni? Ma stiamo scherzando?
Ao’, Scialoja, ti prego, salvami, io ciò famiglia.
Non so cucinare, che devo fare?
Guardie infami!, vi hanno visto tutti, ieri, che ciavevate gli infiltrati, ma a me non me fottete così, io me ne vado ar gabbio, ma quanno esco ve pianto ‘na zaccagnata nello stòmmico, altro che avvelenamento alimentare, mortacci vostra!

No va be’, scusate, ho esagerato.
Posso parla’ col mio avvocato?
No, è che spero almeno nell’infermità mentale.

“No, a te l’infermità alimentare, te devono da’.”

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