Mai fidalsi delle appalenze

Lei è una fregna.
Anche se ha questo problema delle tette.
Abnormi, di quelle che quando le guardi lo sai, che non potranno mai essere sode.
Ma vabbè, ho risolto grazie a un cravattaro di Sabaudia, che mi ha rimediato una bombola da sub a basso costo.
Mi salva la vita, quando scopiamo con lei sopra.

Ora sediamo, uno di fronte all’altro.
È sorprendente che le coppie usino sedersi di fronte, al ristorante: non c’è posizione più scomoda per interagire, baciarsi, carezzarsi e fare cìcci cìcci bàu bàu, oltre al fatto che lo spazio a disposizione per le vivande è molto di meno.
I ristoranti cinesi sono sempre troppo rossi, e hanno questi nomi freschi, tipo Primavera, Fiore di Loto, oppure impronunciabili, tipo Cinciuancèn, nomi che pare li abbiano scelti gettando un mucchio di chiodi giù per le scale e sentendo il suono che facevano.

“Che prendi?”
“Che ne so, i menu sono sempre così pomposi, quarantacinque pagine di carni, trenta di riso, pollo fritto, dolci fritti, Coca Cola fritta, forchette fritte, sono fritto, Fabrizio Fritti.”
“Ma poi alla fine scegli sempre le stesse cose.”
“Infatti.”

Si presenta, poi, il cameriere.
Che se ci fate caso, nei ristoranti cinesi, c’è sempre lo stesso cameriere.
Non lo stesso stereotipo, eh, proprio lo stesso cameriere, è lui, è uno solo, è Il Grande Chang!, unico e ubiquo, lavora contemporaneamente in tutti i ristoranti cinesi del mondo, è un mercato monopolistico, cià l’economia di scala, lui.
Basso, frizzante, piccoli movimenti rapidi, e sempre sì, sì, sì con la testa.
Coerentemente con il fatto che non capisce mai niente di qualsiasi cosa tu gli dica, e una richiesta anche minimamente originale lo manda in crisi epilettica.

“Buonasela, benvenuti.”
“Buonasera.”
“Da bele?”
“Una bottiglia d’acqua leggermente frizzante, e… tu vuoi…”
“Sì. Una birra cinese, grazie.”
“Volete oldinare già i plimi?”
“Uhm…”
“No, io non sono pronta.”
“Aspettiamo un attimo, allora.”
“Celto, non c’è ploblema.”

Si allontana.

“Ma secondo te recita?”
“Che intendi?”
“Voglio dire, ‘sta cosa che i Cinesi dicono la elle al posto della erre, è un luogo comune che avrà qualche centinaio d’anni.”
“Sì.”
“Eh, voglio dire, in tutto questo tempo esisterà, uno stracazzo di Cinese che abbia imparato a pronunciare la erre come Cristo comanda, o no?”
“La statistica è dalla tua parte.”
“Però tutti i camerieri di tutti i ristoranti cinesi, o per meglio dire Il Grande Chang!, parla sempre co’ ‘sta cazzo di elle al posto della erre.”
“Sarà un problema genetico.”
“Ma che problema genetico dei miei coglioni, pure Muccino è guarito dalla zeppola.”
“Muccino non è mai guarito dalla zeppola.”
“Ma come no? Hai visto quant’è migliorato negli ultimi anni?”
“No, la mia era una considerazione più profonda. Non è mai guarito dalla metaforica zeppola che accompagna lui, le sue capacità di attore, e probabilmente la sua stessa vita.”
“Ah. Vabbè. Ma io dicevo un’altra cosa. Che secondo me fingono.”
“Che vuoi dire?”
“Che lo sai quant’è importante l’immagine, il marketing, al giorno d’oggi. E se un cliente si trovasse di fronte a un cameriere cinese che pronuncia la erre correttamente, si insospettirebbe, dubiterebbe della qualità del posto, come dire, lo vedrebbe in qualche modo più impuro, meno fedele alla sua cultura.”
“Interessante teoria. Dovresti proprio avere un blog su cui pubblicarla.”
“E tu dovresti avere un gran paio di tette per attirarmi i visitatori.”

Il cameriere torna a passo spedito, la birra nella destra, la Ferrarelle-Chan nella sinistra.
Le appoggia sul tavolo e stappa la birra, i movimenti frenetici del secchione, che ti fa rosicare.
“Siete plonti a oldinale?”
“Sì. Per antipasto una porzione di involtini primavera.”
“Plimavela, poi?”
“Poi per me spaghetti di soia con verdure. E per lei…”
“Riso alla cantonese.”
“Liso. Volete altlo?”
“No, per ora va bene così. Per il secondo decidiamo dopo.”
“Va bene. A tra poco.”
Pèm.

Nevrotico, mi chino sul tavolo e afferro la mano sinistra di Ludovica.
“Hai sentito?”
“Cosa?”
“A tra poco. Ha detto a tra poco. Con la erre.”
“Ma sei sicuro?”
“Ma sì che sono sicuro, cazzo!, non aspettavo altro che si tradisse!”
“Quindi finge.”
“Finge, finge, eccome se finge, il bastardo. Ma io lo incastro. Ah, se lo incastro.”
“Op-op gadget registratore vocale, ispettore dei miei coglioni.”
“Che non hai. Vado a fumare una op-op gadget sigaretta.”

Esco.
L’esterno del locale è più deprimente di un dribbling di Gattuso.
Ché già la Casilina è un’abominevole colata di cemento, poi il ristorante cinese è un bijoux, checcàzzo.
Alla sinistra dell’entrata c’è una porta socchiusa che rivela un ambiente bianco e fumoso.
È la cucina.
Mi avvicino, e butto lo sguardo dentro.
Un panciuto cuoco cinese fa saltare i miei spaghetti di soia in un wok, un paio di sguatteri si sbattono tra i piatti da lavare e il forno.
Tutto normale, sembra.
Ma poi il cuoco spegne il gas, e il rumore del fritto si attenua.
Ed è in quel momento che sento una voce.
È una radio.
Ascolto.
“Guarda, le qualità di Francesco Totti nessuno le ha mai messe in discussione perché è il nostro capitano e…”
Federico Nisii!
“…ha fatto una valanga di gol ed è il miglior cannoniere italiano in attività…”
Rete Sport!
Cazzo, è Rete Sport!

I Cinesi ascoltano Rete Sport?
Uno sguattero mi nota, borbotta qualcosa in lingua fritta, poi chiude violentemente la porta.
Sono scosso.
Rientro.

“Scoperto qualcosa, tenente Colombo?”
“Non puoi capire. Stanno ascoltando…”
“Involtini Plimavela, pel chi elano?”
“Qui in mezzo,” dice Ludovica.
“Tla poco allivano anche i plimi.”
“Sì. Tu aspetta un attimo, però.”
“Dica.”
“Tu prima hai detto a tra poco.”
“Non capisco, signole.”
“Con la erre. Con la erre giusta.”
Il sudore gli appare sulla fronte tipo animazione Powerpoint.
“Si sbaglia, signole, io…”
“Non prendermi per il culo, tu… com’è che ti chiami?”
“Chang.”
Merda!
“Ehm… occhèi, dimmi la verità, Chang!, tu fai finta di non saper pronunciare la erre, vero?”
“Ma no, io…”
“Non provarci, ti ho sgamato.”
“Ma in verità la…”
Ecco! Ti sei tradito! Hai detto verità!”

Chang china il capo, sembra uno di quei samurai cinesi che stanno per fare harakiri.
Sono i Giapponesi che fanno harakiri, ignorante.
“Va bene… lo confesso. So pronunciare correttamente la erre.”
Un brivido mi spezza la schiena.
“E a dirla tutta, neanche sono Cinese, io.”
“E di dove saresti?”

Chang sbuffa e con fare dimesso si toglie una parrucca che rivela una calvizie cavalcante, il capello brizzolato con la coda di cavallo.
Poi si stacca della gomma posticcia dagli angoli degli occhi, che da fessure diventano vitree palline da ping pong su due occhiaie da PornHub.
“So’ d’aa Bufalotta.”
“Della Bufalotta?”
“Eh, abbito vicino a Franco, er cappellaro.”
Il cellulare di Chang squilla.
La suoneria è Tutto il resto è noia del Califfo.
Lo spegne, poi alza lo sguardo verso di me.
“E ovviamente manco me chiamo Chang.”
“E come ti chiami?”
“Mimmo. Er birétta, me chiamano, l’amici mia d’aa Bisca de Checco.”
“E perché fingi di essere Cinese?”
“Eeeh, perché, che cazzo te devo di’, i sordi ‘n ce stanno, lavoro nun se trova, tocca inventasse quarcosa, no?”
Si asciuga il sudore con un fazzoletto su cui è inciso.
17/6/2001, Roma è campione.
“E ora che facciamo?”
“E che dovemo fa’, te faccio porta’ ‘na coda a la vaccinara e ‘n piatto de rigatoni c’aa pajata, vabbène?”
“Ma il cuoco li sa fare?”
“Se li sa fa’?, ma lassalo perde!, quello ha imparato a cucina’a la trattoria der Du’ Scudi a Talenti!”
“Ah. Capisco.”
“Era pure riuscito a pijassela, a diventa’ er gestore, ma poi s’è giocato ‘na fortuna a Tor di Valle co’ le corse di cavalli.”
“…”
“Moltacci sua.”

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