Dovevo nascere audiolibro (ovvero: Desperate guys, parte seconda)

A me, il dono della parola ha fatto solo male.
Perché io dovevo nascere audiolibro: metà essere umano e metà Microsoft Word, una tastiera collegata al cervello via uessebbì, il più elementare dei simulatori vocali e un paio di casse tra i capelli, tutto qua.
Un androide.

Perché se posto su ‘sto blog dal duemilacìnque, se ho scritto un romanzo e un’infinità di racconti è proprio per colmare le pesanti lacune che ho nella comunicazione orale.
Perché solo scrivendo riesco a sviluppare e mostrare quelle parti di me stesso che nel linguaggio parlato mi sono più inaccessibili di Guantanamo.

Come quella volta che.
Che lei era là, di fronte a me, e io come al solito zero, panico più totale, mani sudate, cuore ammìlle, agitare insistentemente il piede destro, rosicchiare le unghie, cambiare posizione in continuazione senza mai sentirsi a proprio agio, servire caldo, rovente, incandescente, come le fiamme dell’Inferno, e non avvicinarsi, mai, ché se no si rischia la vita per combustione indotta.
Che come sempre mi venivano in mente solo frasi di una banalità allucinante e battute che neanche Leo Gullotta, roba che il pesciarolo della Garbatella a confronto è una persona di carisma, di spessore, infinitamente più intrigante.
Che lei stava in mezzo alle altre, emanando una tensione sessuale ora latente per tutta la stanza, perché si vedeva lontano un miglio, che non c’era storia, che per quanto Dio s’impegnasse a giostrare sornione quell’Armata Brancaleone di marionette, lei era sempre e comunque lei.
E le altre, erano le altre.

Come quando spense la sigaretta, abbassò la musica, si lasciò andare contro il muro, sorrise mordendosi il labbro inferiore, indossò il cappello, volse lo sguardo verso me e poi.

E poi, mi fece l’occhiolino.

E io là, muto, un sorriso idiota stampato sulla faccia. Consapevole che no, cioè, io no, di fronte a questo, gente, mani alzate, mi arrendo.
In quel momento, ogni parola era la parola sbagliata, e se avessi tentato di parlare mi sarebbero usciti fuori solo concetti di un’elementarità imbarazzante, come tavolo, acqua, finestra, cacca, bumba, pappa, ché il mio cervello era capùtt, disintegrato, polverizzato, annichilitofinito.

Mentre invece, avrei voluto dirglielo.
Avrei voluto dirle che quell’occhiolino mi è entrato in testa e si è sviluppato, come quando apri il caffè sottovuoto, e ora dentro ho quello e solo quello, è diventato così strabordante da non permettere l’ingresso di nient’altro, e no, mi dispiace, il locale è al completo, pure se siete in lista.
Avrei voluto dirle che il giorno dopo quell’occhiolino era nella sveglia che suonava, era nel traffico a ogni semaforo, era nel castagnaccio che la mia coinquilina stava preparando.
Avrei voluto dirle che quell’occhiolino io me lo custodisco gelosamente, tipo il totem di Inception, mi permette di distinguere tra sogno e realtà. Che quell’occhiolino è un feticcio per me, perché è una fetta del traguardo che non raggiungerò mai, è quel segno che con le altre è un primo, quasi insignificante passo, ma con lei, con lei è il top della gamma, perché di più, qualcosa più di quell’occhiolino, lei, non me lo diede mai.

Avrei voluto dirle che quell’occhiolino avrebbe dovuto essere legge, per me, avrei voluto dirle che fosse dipeso da me io l’avrei scritto nella Costituzione, quell’occhiolino, e neanche una comparsata, no, sbàm, primo articolo, diretto.

L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro.
Sul lavoro, e sull’occhiolino che lei mi fece quel giorno.

Nelle altre puntate: #desperateguys

Post correlati secondo criteri di dubbia valenza scientifica

Commenta

comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *