Elogio dell’assenza (con finale a sorpresa)

E te lo devo riconoscere, in un certo senso.
Perché in questo momento ho conosciuto l’errore più comune che commetto nel momento in cui studio l’intimo di chi ho intorno e cerco di comprendere sul serio quello che può definire un uomo.
Gli elementi distintivi che lo dipingono, che rendono il suo volto un Monet piuttosto che un Munch o uno Joppolo.

Ed è con te che ho conosciuto il fulcro di tutto: quello che non c’è.
Eh sì, quello che non c’è. Perché è un metro di giudizio molto più sicuro, perché si può vedere in modo nitido il cuore delle persone solo nel momento in cui si conosce quello che non sono, e non quello che sono.
Ed è zero semplice, ‘orcomondo.
Perché vivere è stronzo, e si diverte nel riempirti di delusioni, scismi e insuccessi, ed è così che le persone si costruiscono uno scudo, uno scudo poderoso, che copre non tutto ciò che sono, bensì tutto ciò che non sono.

E subito tutti sono nuovi, nuovi ed esperti, dei veri professionisti del rendere occulto tutto ciò che non posseggono, tutti gli obiettivi che non possono cogliere, tutte le donne che non possono sedurre.
E molto spesso, questo senso di niente copre segmenti così intimi e imprescindibili, così minimi e primitivi, che un occhio vigile non può non percepirci, noi tutti, evidentemente incompleti, incompleti di proposito, privi dei sentimenti fulcro, come il Bene, le concordie, l’essere in quiete, non possono non vederci come gnocchi con un pesto privo di pinoli.
Perché l’occhio diligente lo vede, che ci sono cose eccentriche, che tutto è così contorto, così complesso, che rimozioni incivili coprono goffi sforzi di distruggersi, di togliere tutto ciò che le persone non sono e non possono essere.

Per esempio, i lettori più svegli si sono resi conto che in questo post non c’è uso di A.

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