Stai attenta a te.

Era estate, ed era notte.

Era un viaggio lungo una notte, di quelli che non c’è storia, pure se ti fai la doccia, ti profumi e controprofumi nella stazione da cui partirà il bus, all’arrivo puzzerai come una carogna.
Era un viaggio lungo una notte, di quelli con i sedili sempre troppo scomodi, di quelli che le tue gambe sono sempre troppo lunghe, e di quelli che lo schienale del passeggero che hai di fronte è sempre troppo abbassato.
Era un viaggio lungo una notte, di quelli che mangi per noia, di quelli che ti sembra di essere l’unico a non riuscire a dormire, di quelli che ti infastidisce pure il modo in cui mastica quello stronzo che hai seduto accanto, di quelli che c’è sempre un bambino che piange, per tutta la notte.
Era un viaggio lungo una notte, di quelli che ti addormenti per miracolo e ti svegli cinque minuti dopo, convinto di aver dormito per ore, e pensi oh, meno male, ho ronfato come un caimano (perché si sa che i caimani ronfano come iene (perché si sa che le iene ronfano come mandrilli (perché si sa che i mandrilli eccèteraeccèteraeccètera))), e poi ti accorgi che non hai neanche fatto in tempo ad ascoltare mezza Territorial pissing (e in effetti quanto cazzo vuoi dormire, ascoltando Territorial pissing).
Era un viaggio lungo una notte, di quelli che poi non cacherai per tre giorni, di quelli che ti stucchi quaranta sigarette nei dieci minuti di stop del bus in stazione, che scambi due chiacchiere con un musicista rumeno dai denti d’oro che parla un Italiano claudicante, e chissà quando lo rivedrai mai, e chissà che sta facendo adesso, quel tipo, l’ennesima stretta di mano che sorride e se ne va.

Era un viaggio lungo una notte, e io mi ero addormentato, addormentato di quel sonno duro e impermeabile alle curve che arriva appena quaranta minuti prima dell’arrivo, in quel momento in cui dormi anche tu perché non esiste nessuno, nessuno, nessuno al mondo che non stia dormendo.

E il primo dosso, o un cellulare caduto a terra, mi fece svegliare, e nelle orecchie avevo una canzone che non avevo mai sentito, fino ad allora.
Una dolcissima sinfonia di oltre sette minuti, una base musicale delicata e Manuel che cantava, cantava di quel canto basso e doloroso che ti sembra venga da qualche parte, lì, nel tuo stomaco.

Ti ho vista spergiurare
che lo seguirai
nel vento e nella neve
per lui morirai

Ma il mio ruolo è il pensiero malvagio
che ti porta via con sé
perché se vuoi i colori
stai attenta a te.

E mi svegliai convinto di conoscerla da sempre, quella canzone, anzi: di averla avuta sempre dentro, e che Manuel me la stesse tirando fuori, con quella dolcezza e quell’intimità che solo i grandi musicisti sono in grado di mostrare.
E da quel momento, per me, quella canzone fu quello specifico viaggio, il preciso attimo in cui mi svegliai, con quel caleidoscopio di sensazioni intorpidite e sfumate che solo il sonno è in grado di regalare.
E mi rimase dentro un senso di profonda tristezza, che credo non essere più andato via.
Perché era un momento troppo adatto per soffrire, e io ero una persona troppo serena perché non mi facesse bene un po’ di malinconia in più.

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