D di Domodossola

Domodossola, appunto.
Chiunque, almeno una volta nella vita, si è trovato a dover fare lo spelling di qualche nome.
E allo stesso chiunque, almeno una volta nella vita, sarà capitato che ci fosse la D, nel nome da spellàre.
E ogni volta, si dice sempre: D di Domodossola.

Ma quello che mi chiedo ora, è se a questo chiunque è capitato di farsi la stessa domanda che mi sono fatto io, dopo ben ventisettànni.
Ma che cazzo di città è Domodossola?
Voglio dire: prima di tutto, dove sta Domodossola?
Io non so’ mai stato un genio in geografia, eh, cosicché, prima di scoprire che è effettivamente in Piemonte, pensavo: Friuli-Venezia Giulia!, o in alternativa Emilia Romagna!
L’Emilia Romagna perché è sufficientemente grande da includere un buon numero di città che non conosco.
Il Friuli-Venezia Giulia perché è una regione sfigata proprio come Domodossola.

Già, perché parlamise chiaro, a Domodossola non ci sta una mazza.
Uno sputo di abitanti, il minimo sindacale di siti storici, per gli standard italiani.
E un’armata Brancaleone di “personalità illustri”, stando a sentire WikiPedia.
Giuseppe Scienza, mitico calciatore di Reggiana, Torino e Piacenza (mah).
Alberto Fortis, cantautore (boh).
Alberto Polacchi, skeletonista (?).
Marco Preioni, politico (eh?).
Jorge Chávez Dartnell, aviatore peruviano (che tra l’altro ci è solo schioppato, a Domodossola).
Ah, cià pure un blog, Domodossola.

Vabbè, avete capito, insomma: Domodossola non conta un cazzo.
L’unica cosa per cui Domodossola è conosciuta è il fatto che, quando spèlli le parole, dici D di Domodossola.
Ebbàsta.

Ed è un po’ quello che succede con le persone, secondo me.
Già, perché ogni persona, nell’intimo, è una specie di Domodossola.
Uno sputo nel mondo, uno fra i calamari della frittura di pesce, un concorrente del Grande Fratello, ognuno alla così disperata ricerca di qualcosa per cui essere ricordato, qualcosa che lo caratterizzi, qualcosa che possa essere associato sempre e solo a lui.

Ognuno di noi è una piccola Domodossola alla ricerca costante della sua D.

C’è chi ne fa overdose, ché non si accontenta della sola D, ma che va avanti, a scavarsi dentro e riempirsi di interessi, e sono persone alla strenua ricerca del di più, gente che trova la O, la M, la S eccosivvìa, e alla fine non ci si capisce più un cazzo, diventano un minestrone immangiabile, tracotanti e dispersivi, anime in pena assenti dal sé.
Poi c’è chi non riesce a trovarla, la D. Omodossola, e ho detto tutto. Gente arrabbiata con la vita perché la vive nel niente.
E c’è chi si dà D fittizie: il lavoro, i figli, il cellulare, lo studio. E diventano Lomodossole, Komodossole, Bomodossole, Fomodossole. Persone artificiali, manifesti elettorali piantati su pubblicità del Todis.

Ma prego un inesistente Dio, che voi tutti abbiate la possibilità di incontrarla, una persona con la sua D, con la D che gli spetta, una D che veste da Dio, una D che rappresenta un particolare unico e preziosissimo, un particolare che può assumere tutte le forme del mondo, può essere un sax, un paio di occhiali dalla montatura troppo pesante, una passione per il giornalismo, una voce calda, un’insospettabile dolcezza dell’essere, una Ultranoia dei Verdena alla chitarra classica.

E glielo leggi in faccia, a quella persona, e non hai più bisogno di domandarti perché, cos’è che le brilla in viso.
Perché sai già che quella, è una Domodossola che ha trovato la sua D, e per questo va tutelata e conservata gelosamente, raggio pulito di un sole bastardo.

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