Memorie di un cantastorie distratto

Che schifo, Memorie di una geisha.
E, ci tengo a sottolinearlo, il mio è un disprezzo orgogliosamente a priori.
Neanche l’ho letto, figuratevi.
Già, perché se c’è un tipo di romanzo che odio è quello eccessivamente contestualizzato, immerso in un preciso contesto storico, politico o sociale.
Odio tutti quei libri che si propongono di offrire una prospettiva personale di ciò che normalmente si legge sul giornale.
Odio Arale (scusate, era per la rima, ci stava troppo).

Dicevo, il motivo per cui li odio è il fatto che li consideri l’esatta antitesi della scrittura.
Lo scrittore vive di finzione. Lo scrittore deve aver fame di finzione.
Deve avere in testa un’idea e spalmarla in un contesto appena accennato, al massimo esclusivamente geografico, ma uno status quo universalmente riconosciuto dà una mazzata tra capo e collo dell’immaginazione del lettore.
Parli di geisha, ed ecco che spuntano fuori volti dipinti di bianco, acconciature improbabili, kimono stile albero di Natale e fessure bidimensionali al posto degli occhi.
Parli di Islamismo ed ecco burqa a profusione, terroristi armati di AK47, improbabili attacchi terroristici, e mogli che piovono come fosse erba al Villaggio Globale.

Io, io come scrittore, andrei nel panico se mi togliessero la finzione.
Non avrei più un universo in cui sfogarmi, un dolce da addentare in qualsiasi momento voglia, il peluche che mi fa compagnia quando dormo, Affari tuoi alle venteqquarànta, il cornetto del forno di Campo de’ Fiori, il cucchiaio di Totti in Inter-Roma 2-3 del 26 ottobre 2005, la rissa verbale tra Capezzone e Travaglio a Otto e mezzo.
Io, senza il mio vellutato mondo di fiabe sarei finito.
Tutte le conversazioni che ho immaginato e non sono mai avvenute, per esempio. Tutte, tutte le ho dipinte nel benché minimo dettaglio, ho previsto ogni domanda e ogni risposta, e io ci tengo più che a quelle avvenute realmente, che sì, erano vere, erano concrete, avvenivano tra due persone e non una, ma così grezze, così imperfette, così grossolane.

La nuova frontiera del solipsismo: piangere l’impossibilità di parlare solo ed esclusivamente con se stessi.

Ed è così che il confine tra realtà e fantasia diventa labile.
Ed è per questo che molti grandi artisti impazziscono. Van Gogh, Syd Barrett, Dan Aykroyd, Faustino Asprilla, Platinette.
Perché perdono il contatto con il reale, e ci credono, ci credono davvero che quello che esiste realmente sia dentro la loro testa, e non fuori.
E soprattutto non nella testa di altri, colpa di cui, paradossalmente, si macchia proprio chi li bolla come folli.

E allora scegli: la geisha, se vuoi, o le tue conversazioni immaginarie.
Che non sono mai avvenute, ripeto, ma le ho figliate in modo talmente perfetto che sarebbero potute esistere così, identiche.
E per me, in questo senso, è come se fossero avvenute.

Post correlati secondo criteri di dubbia valenza scientifica

Commenta

comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *