Un uomo piccolo piccolo

In una città troppo grande, in un giorno troppo soleggiato, un uomo troppo piccolo esce da una macchina.
Ha in mano un pacco grande la metà di lui, questo uomo piccolo piccolo, e si dirige verso una tintoria con il viso amorfo di chi ha già visto tutto, nella vita.
Già sentito tutti gli odori, già assaggiato tutti i gusti di gelato, già ascoltato tutti i discorsi delle donne che ti prendono e ti buttano via.
L’uomo piccolo piccolo si ferma davanti all’ingresso della tintoria, la porta a vetri con i maniglioni verticali.
Confrontata a lui, sembra l’Empàir Stéit Bìlding.
Intorno a lui, piedi prendono la loro uscita dalla tintoria, e l’uomo piccolo piccolo salta, salta come una furia da una parte all’altra, tenendo stretto a sé il suo pacco, reggendosi il cappello per non farselo scappare, lanciandosi a peso morto come se stesse giocando a Campo Minato dal vivo.

L’uomo, l’uomo piccolo piccolo arriva finalmente al bancone, e si siede su una borsa, una vecchia borsa di signora ultrasettantenne, appoggiata per terra, l’occhio paziente di chi attende l’occasione.
Dall’alto, una mano antica la raccoglie e la porta sul bancone, e l’uomo piccolo piccolo salta dalla borsa, il pacco in mano, sul tavolo, ad aspettare il suo turno.
L’anziana signora paga con soldi grandi grandi, li ripone nella borsa e, con un gesto troppo cortese, invita un commesso grande grande a passare al prossimo cliente.

“Buonasera,” fa il commesso grande grande.
“Allèi,” dice l’uomo piccolo piccolo.
“Desidera?” dice, con malcelata scortesia.
“Devo far lavare questo vestito, è un completo, è mio.”
In effetti, nessuna necessità c’era, di specificarne l’appartenenza.
Il commesso grande grande guarda l’uomo piccolo piccolo nei piccoli occhi. Interrogativo.
“Come dice, scusi?”
“Dicevo che devo far lavare questo completo, quanto costa?” e quasi si spazientisce, l’uomo piccolo piccolo.
“Ah, ecchenesò io, quanto costa, se lo deve far lavare lo porti in una tintoria.”
Ma è impazzito?
“Ma come, scusi? Mi sta prendendo in giro?”
“Assolutamente, guardi, io non ho tempo da perdere, e penso neanche lei, dunque lei ha un vestito da lavare?, ecco, bravo, lo porti in una tintoria, ché qui ciabbiamo già tanto lavoro da fare, si figuri se ci mettessimo anche a pulire i vestiti.”
“Ma scusi, ma non è una tintoria?”
“Ma no che non è una tintoria, abbiapaziènza! È una macelleria, questa.”
“…”
“Il prossimo, chi c’era? Settantatré.”
“No, mi scusi, aspetti un attimo, ma io sono sicuro, l’insegna fuori del negozio recita Tintoria De Bellis.”
“E quindi?”
“E quindi… ma, quei vestiti là, appesi, coperti dalla plastica, tutti puliti e stirati?”
“…e allora?”
“Ma cosa “e allora”, scusi, ma mi prende per il culo?”
“No, sarà lei a prendermi per il culo, mi permetta, eh, devo lavorare. Signora, ho fatto due etti e tre, lascio?”
La signora ripone la carta unta di sangue nella busta insieme alle altre carni.
“Grazie tante, buona giornata e auguri, eh, tantecarecòse.”

L’uomo piccolo piccolo esce dal negozio.
Si ferma, stereotipato, il mento tra pollice e indice destro, a guardare fisso l’insegna, e i vestiti appesi dentro.
Indizi di un qualcosa che a lui sembra sempre e comunque una tintoria.
E si meraviglia di sé, si meraviglia del suo cervello intorpidito dall’ogniggiórno, che si presta a troppo facili associazioni.
Questoppiuqquéllo ugualequestàltro.
Invece, meraviglioso come a volte ciò che sembra non è.

E si rende conto che lui, forse, ha occhi troppo piccoli per vedere, ed è un uomo troppo piccolo per capire.

Liberamente ispirato allo sketch surreale “La donnina in merceria” di Greg & Lillo.

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