Forma e sostanza

Ogni tanto.
In mezzo a una folla,
in fila alle poste,
dentro l’otto,
o più semplicemente in un sogno,
mi sembra di scorgere mio padre.

Non mi capita spesso che la sua memoria mi stupri. Ormai sono diventato un maestro nel limare gli angoli della mia vita, e condurre un’esistenza di battute ebeti, discorsi superficiali, senza mai mostrare il fianco, senza mai dare alle persone l’opportunità di scoprirmi in ciò che effettivamente sono.

Ma quando appare, quando lo fa ci mette il carico da novanta, e mi assale con tutti gli arretrati, e poi per unoraunamattinataungiornointero mi sento come ubriaco.
Il suo sguardo severo, il suo fare naïf, un coltello che mi rigira nella piaga il pensiero che oh, dove stai andando, cosa stai facendo, figlio mio, non è che ti sei perso.
Addirittura, ci sono volte in cui ricevo chiamate sul cellulare da numeri che non conosco, e mi sembra di riconoscere il suo, che in verità non ricordo, ricordo solo che iniziava con trettrennòve e c’era qualche altro tre e qualche sette, in mezzo.
Però, ecco, credendo di vederlo per strada ho immediatamente il modo di ricredermi.
Troppo alto, troppo magro, troppopocobrizzolàto.
Ma la cosa peggiore è quando lo sogno, e lo rivedo in tutte le sue ciniche imperfezioni.

Già, perché quando lo sogno, la sua apparizione è sempre associata a circostanze collaterali che mi uccidono ancora di più.
Tipo, l’impossibilità di trovare qualcosa per scrivere quello che provo.
L’impossibilità di soddisfare l’esigenza di verità che la scrittura agita.
L’impossibilità di far uscire lacrime che vorrei spendere.

E più violentemente quando, come a voler fare scopa, alla rivelazione di mio padre si associa la presenza di lei.

Lei che mi sfugge, lei che è nella mia stessa casa senza che riesca mai a trovarla, a parlarle, lei che scappa da me in uno spazio così circoscritto.
Lei che sento solo per discorso indiretto, discorsi indiretti che ho paura di sentire e di cui ho ancora più paura a chiedere.
Lei che, alla fine, se ne va nel buio, dopo aver salutato tutti, tranne me.
E io che mi fiondo alla porta dell’appartamento, mi affaccio, e la chiamo con quel suo nome antico, bucolico ed essenziale, consonantevocaleconsonantevocaleconsonantevocale, così brutalmente efficace, e le dico ehi, scusa, a me non mi saluti, ecche-è, tutto ‘sto tempo è finito nello scarico del cesso.
E, anche quando ce l’ho davanti, anche nell’unica circostanza in cui riesco davvero a vederla, mi appare incompleta, nel buio, ne riconosco solo i contorni, e qualche suo aspetto mi svìa, mi depista una coda di cavallo, dei capelli lisci, un top bianco.
E, il favore del buio ancora attorno a lei, torna verso la porta, mi bacia.
E poi prende le scale, con un accompagnatore anonimo.
Come a volermi far scorrere in vena ancora più dubbi di quanti non ne abbia già.

E io torno, frenetico, a cercare un pezzodicàrta, una penna, un laptop, perché nel frattempo mio padre è tornato, e mi dice oh, che fai, ché devi scrivere, solo quello ti rimane, coglione.
E nella mia testa c’è una pagina Word (anzi, OpenOffice Writer, per carità) di cui ho scritto solo le prime righe.
E il resto, il resto è tutto nella mia testa, ma non riesco a farlo uscire, in tutta la sua brutalità.
Come a voler cercare una parola, una parola sola che possa in un colpo descrivere la vita che abbiamo speso insieme, le litigate al ristorante, l’esigenza di incomprensione, i dieci sacchi la sera per uscire, e quel suo inconfondibile umorismo vecchio, banale, un po’ scontato.
Già, il suo umorismo.
Quell’umorismo che mi fa pensare che forse sì, appapà, è tutto uno scherzo, perché magari “il tuo tumore, il nostro tumore, il nostro personalissimo tumore” forse non è mai esistito, ed è tutta una burla di cattivo gusto, e tu magari non te ne sei mai andato davvero, e da qualche parte esisti ancora, in tutta la tua irraggiungibile semplicità.
E magari ridi di noi, ridi delle lacrime barocche di mamma, dell’impenetrabile scudo sotto il quale si cela un mio fratello, e delle irrevocabili convinzioni sotto cui si cela l’altro.
Di questo me stesso gonfio, grasso e oleoso che mi copre, che da anni mi protegge dalla verità, che mi permette di far credere di conoscere la risposta alla domanda come stai.

E se è uno scherzo, appapà, è durato abbastanza.

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