Tre, ovvero l’insindacabile giudizio della coincidenza

Il cinque febbraio del millenovecentottanta ammisi che la vita è un incontro di baseball.
Mi ci volle tempo, tanto tempo per riconoscerlo.
Perché cazzo, la metafora è vomitevole, di un naïve imbarazzante, di quelle che leggi sui Baci Perugina, e io ero un anarco-insurrezionalista indiscutibile, mai avrei sognato di calcare il mio pensiero su una forma mentis statiunitense.

E invece, quel cinque febbraio lo ammisi.
La vita, sì, è un incontro di baseball.
Si dipana lenta per periodi interminabili, poi esplode all’improvviso, per trenta secondi è il delirio, poi tutto crolla di nuovo, e mesti si torna alla quiete democristiana, con la cinica pretesa che con essa torni anche la tranquillità interiore.

Ma poi, soprattutto, nella vita c’è chi lancia e chi batte (zero battute scontate, please).
Io, in particolare, ho capito di aver giocato la partita dalla parte sbagliata.
Dalla parte del lanciatore, in particolare.
Sempre attento a cercare un varco, uno spazio in cui far sfilare la palla.
Io non l’ho mai vissuta, la vita, io l’ho stuprata.
Perché l’ho affrontata in modo aggressivo, andandomi a prendere con la forza quello che desideravo dal ventaglio di opportunità che essa mi proponeva.
Ed è così che ti fotte, la vita.
Ti fa sentire grande, ti fa credere di avere potere sul mondo, e invece.

Invece no.
Perché alla fine, anche se sei riuscito a prenderti qualcosa di tua iniziativa, la scelta è sempre, e comunque, pilotata.
Sei tu che hai visto una serie di possibilità.
Sei tu che ne hai scelta una.
Sei tu che hai affibbiato a quella possibilità l’epiteto di desiderata.
E la tua concezione di quella cosa, alla fine, è turbata da tutta una serie di congetture e opinioni tue e solamente tue.
Hai scavato la vita con le unghie, hai rosicchiato informazioni qua e là, poi hai detto toh!, questa è una cosa che piace anche a me, e poi toh!, anche questa, e poi toh!, è fatta, è mia.
Così che, alla fine, ti sei convinto tu, che la tua vita fosse ciò che volevi.
Quando invece l’hai modellata all’eccesso, sulla base di qualcosa che di tuo aveva poco e niente, e adesso è qualcosa di completamente diverso da ciò che era nella fase embrionale.

Meglio, molto meglio una vita da battitore, invece.
In quiete, in attesa.
E quando arriva la palla, quando la vita decide che ti debba arrivare quella palla, quando quella palla non è più una palla, ma tutta una serie di coincidenze e circostanze che poi chi le ritrova più, allora provi a colpirla.
Se non ci riesci, pazienza.

Ma se ci riesci, ah se ci riesci.
Trenta secondi di gloria, di vita a ritmo NoFx.
E poi magari sei fuori.
Ma vabbè.
Almeno non hai di che pentirti di nessuna tua scelta.

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