Sei e ottanta

Rovistando tra i futuri più improbabili
voglio solo futuri inverosimili
e non avere mai le mani fredde
e non finire mai le sigarette

Mikhael osserva la sua vita sgretolarglisi attorno, come sabbia da un pugno chiuso male.
La quotidianità uccide la vita, pensa.
Io non sono i piatti che lavo.
Non sono le quattro mandate con cui apro la porta di casa.
Non sono il tasto “on” del mio televisore.
Non sono un divano rotto, non sono rifare il letto, non sono avviare la lavatrice.
Non sono la preoccupazione che il fornetto elettrico scaldi troppo i circuiti della lavatrice su cui è appoggiato.
Non sono lo smacchiatore sui colletti delle camicie, non sono il ferro da stiro che non passo sui vestiti.
Non sono la sveglia che disattivo, non sono la cipolla che affetto per cucinare.

Eppure, pensa, quanti ricordi, quanti propositi nel mio passato.
Quando tutto questo non era scontato, quando erano altri a cucirmi addosso la quotidianità, e io vivevo placido e instabile come una vera rockstar.
Mikhael pensa alla cassiera della mensa in cui mangia ogni giorno.
Menù prefissati, primosecondocontornoacquaepane euro seieottanta.
E quella cassiera, che ogni giorno incrocia centinaia di sguardi tutti uguali e morti, e a ognuno di essi regala il suo seieottanta, poi incassa, dà il resto, lo scontrino, e via con una nuova, emozionante avventura.
Quanto dev’essere brutto, pensare che la frase che hai detto più volte nella vita è seieottanta.

Mikhael prende una vecchia foto piena di troppi capelli.
Dice.
“È giusto.”
Ma pensa.
“Seieottanta:”

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