L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello

La scimmia pensa, la scimmia fa, mi ripetevo in continuazione.
E, attenzione!, fa, e non , ché questo è un errore comune.
Troppo comune per appartenermi.
Tra i tanti ricordi di un’esistenza superficiale ed approssimativa, fatta dello studio di dettagli inutili, ché se non è inutile non c’è ragione di studiarlo, mi viene in mente questa cosa, in questo momento.
La pubblicità preventiva.
Quella che invade stradepiazzevicolievicoletti qualche giornomese prima dell’avvento.
Quella che suscita la curiosità della gente, ma che d’è ‘sta robba?, e alla fine tutti aspettano l’evento, l’avvento.
Poi, magari, l’evento avviene (allitterazione in vù), e ci rimani quasi male, ché era meglio la presentazione, ché era meglio la spasmodica attesa, ché era meglio il prima, quando tutto ti sorprende e nulla ti appartiene ancora.

Stà nascendo a Pomezia, dicevano quei cartelli pubblicitari, scritta blu su un giallaccio da seriebbì.
Stà, proprio così, con quel grossolano errore grammaticale, quell’errore comune a così tanta gente.
Ebbàsta.
Nessuno sapeva, ma tutti si chiedevano: un centro commerciale?, uno stadio?, un bordello?, e tutta quella serie di puntinterrogativi che la gente non sa fare a meno di porsi sotto il naso.
E alla fine, lo spam funziona.
Per gli interrogativi che lascia, e forse (soprattutto) per quella nefandezza grammaticale più goffa di Hurley di Lost.

Ed ho sempre pensato che fosse un po’ così, la mia vita.
Fatta di errori grossolani e sensazionalismi d’anteprima, di contrasti antiestetici (allitterazione in èsse e tì) e populismi da avanspettacolo.
Far credere a tutti di essere quello che non sono, che so, magari qualcosa di puramente attraente e deliziosamente imperfetto, qualcosa di nuovo, per poi scoprirmi di nuovo me, usatovecchièstànco, un uomo senza passato e senza futuro, bloccato in un istante sempre diverso e privo di senso.
Tu sei una pianta grassa, che ha bisogno di dipendere da qualcuno per poi rinfacciargli di toglierti la libertà.

Ed ogni volta, in questa mia esistenza fatta di un unico grandissimo e ampolloso prologo, ho la speranza di trovarmi nuovo, di sbarazzarmi di questa ciclicità che nulla crea e tutto distrugge.
Invece tutto torna, tutto torna, tutto è sempre.
Sensazioni, intorpidimenti, il cloroformio dei sentimenti.

E chissà, se quell’errore grammaticale era voluto.

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