Anche le donne fanno cilecca

Aveva un disturbo ossessivo-compulsivo nei confronti della fica, dovuto principalmente all’età tardiva in cui aveva perso la verginità.
La sua cubica misantropia avrebbe fatto impallidire i Cripple Bastards: al mondo che gli girava intorno gridava la sua rabbia per il fatto che, immerso in una costellazione di ragazzotti usi al gusto della broda fin dai sedici anni, per la sua prima volta aveva dovuto aspettarne ventisei.

Ricordo ancora il giorno in cui venne da me, gli occhi scivolosi e brillanti come un parquet tirato a cera.

Ho liberato il merluzzo.

Disse, con piacevole eleganza.
Niente di importante, per carità, una sgallettata Inglese adiposa e cellulitica raccattata a Campo de’ Fiori mentre si vomitava anima, Eden, due dei tre segreti di Fatima e qualche Padre Pio con annessi miracoli a basso costo.
Ma era una fica. Voglio dire: grandi labbra, piccole labbra, clitoride, punto G e tutto lo stretto indispensabile a farselo mettere nel culo per piacere, e non perché è l’unico orifizio disponibile.

Da quel momento cominciò ad essere ossessionato dalla fica più o meno quanto Morgan lo è per Battiato.
Si approcciava al sesso femminile con interesse, meraviglia, come un bambino si rapporta ad un castello di sabbia in riva al mare; non era disordinato né schizofrenico, bensì lucido e ragionato.
Fu forse la prima persona che conobbi in grado di essere giudicato un vero e proprio teorico della fregna.
Lo vedevo sempre più spesso intento a scopare e scrivere, scopare e formulare teorie, scopare e bere caffè annacquato compilando scomunicabilissime tabelle Excel.
Si sarebbe scopato anche il Papa, se avesse avuto una fica.

Un giorno venne da me, sudato che neanche alla fermata Battistini in ora di punta.

“Fica dura o fica morbida?”
“…che?”
“Ti ho chiesto: fica dura o fica morbida?”
“Che vuol dire?”
“Indipendentemente dalla massa corporea, certe donne hanno una fica morbida, della consistenza del muschio, che alcuni osano definire accogliente. A me personalmente non piace, mi sembra di ficcare il cazzo in un vasetto di gelatina alle ostriche. La fica, la fica vera, è altra cosa. Quando lei è stesa a pancia su, la pelle dev’essere aderente alle ossa, diomenevoglia che ci sia del molliccio dove devo sbattere il membro. Il cazzo deve strofinare, deve sentire il contatto delle pareti, come se anche noi avessimo un minuscolo clitoride appeso alla cappella. E poi, ingresso stretto, pelo corto o assente, quello che ti lascia i graffi sulla faccia quando te la strofina addosso”

Rimasi basito, non tanto dall’assurdità della sua teoria, quanto dal fatto che mi aveva convinto in pieno.
Erano anni di lotte studentesche, occupazioni di università, manifestazioni (non)violente, anni in cui il Comunismo andava per la maggiore: non come oggi, quell’oggi in cui la sua condanna non è dettata tanto dall’aberrazione verso un regime liberticida e totalitario, quanto dal proposito di sopprimere l’anelito di una società più egualitaria.
Anni in cui quasi una persona su tre era Comunista, anni in cui anche il femminismo viaggiava a gonfie vele.
Da quel giorno, io, divenni un po’ meno sensibile alle problematiche delle donne.

Perché lui mi aveva aperto la via dell’uguaglianza tra maschio e femmina: non solo il cazzo, non solo la vita, ma anche la fica dev’essere dura.
E la prossima volta c’incazziamo noi se fate cilecca, checcàzzo.

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