Confessioni di un allenatore fallito

Quando vidi il Milan dei Palloni d’oro perdere due a zero contro il ben-meno-blasonato Genoa, capii che nella mia vita sentimentale avevo sbagliato tutto.
Fossi stato un allenatore, sarei stato uno Zdenek Zeman: qualche lampo qua e là, tanto spettacolo, un gioco veloce e all’avanguardia, un calcio offensivo e totale, ma tanti fallimenti, altrettanti esoneri e squadre che scoppiavano e metà campionato.
Di Zeman non condividevo solo la testardaggine tattica: inamovibile dal suo 4-3-3 dinamico e frenetico lui (il modo più razionale per coprire gli spazi), totalmente perso nella ventaglio di scelte che il calcio proponeva io.

Le provai tutte, le provai davvero tutte, per trovare il giocatore che facesse al mio gioco, che rendesse il mio undici veramente vincente.

Iniziai con i fantasisti, i tipici numeri dieci tutto genio e sregolatezza, che mi facevano impazzire per fantasia ed estro, ma che mi regalavano non pochi grattacapi: qualche cartellino rosso di troppo, non tornavano mai indietro a turare le falle, e se non erano in giornata mi facevano perdere la partita da soli. Mi regalavano emozioni enormi alternate a stati d’animo degni de La stanza del figlio.

Allora mi affidai ai centrali difensivi di grossa stazza, che senza tanti fronzoli spezzavano le incursioni avversarie con il loro strapotere fisico; ma erano statici, tanto statici, troppo statici, ed il loro gioco sempre uguale, atto a distruggere e mai a costruire, mi annoiò ben presto. Mi facevano sentire protetto, ma incapace di reagire.

Con i registi difensivi andò leggermente meglio: amavo il loro modo elegante di uscire dalla retroguardia palla al piede e rilanciare l’azione, erano fottutamente capaci di rimettermi in piedi ogni volta che cadevo, ma le loro frequenti amnesie difensive mi regalavano certe batoste che ancora ricordo con dolore. Credevo di uscire a testa alta da ogni situazione, ma non ero altro che una proiezione, barocca e velleitaria, di un me stesso in realtà molto più fragile.

Allora chiesi disperato aiuto ai medianacci, centrocampisti che non andavano per il sottile, che macinavano chilometri a centrocampo, che avevano un raggio d’azione più lungo del Camino de Santiago, sempre pronti a recuperare la sfera con il coltello tra i denti, a rompere le manovre avversarie. Ma erano incompleti, troppo incompleti: i piedi erano quelli che erano, ed io avevo bisogno di uno straccio di irrazionalità, non ho mai amato le cose semplici.

Poi venne il tempo delle ali e dei terzini fluidificanti: giocatori rapidi, scattanti, brucianti nel lungo, bellissimi a vedersi, che si rendevano protagonisti di innumerevoli scorribande sulla fascia e sfornavano una quantità indicibile di cross, ma erano molto poco cinici sotto porta, e le rare volte che andavano al tiro sfoderavano conclusioni più sbilenche delle gambe di Garrincha. Mi facevano sentire bello ma incompleto.

Allora mi convinsi di aver bisogno di un centravanti di peso, che la buttasse dentro di testa dopo essersi portato appresso due o tre giocatori: un fulcro del gioco attorno al quale costruire tutta la manovra, uno che fosse il finalizzatore di ogni azione. Ma questo modo di giocare, fatto di fisicità e scarsa, scarsissima fantasia, mi stancò subito: prevedibile, meccanico, farraginoso, ogni offensiva terminava allo stesso modo. Ogni giorno era sempre uguale.

Provai quindi con gli attaccanti d’area, quelli sempre appostati vicino all’area piccola, pronti a gettarla in rete alla minima disattenzione della retroguardia, o abili a bruciare l’avversario sul filo del fuorigioco ed infilare il portiere in contropiede. Giocatori terribilmente pragmatici, brutti a vedersi ma efficaci, ma non era ciò di cui avevo bisogno, non volevo una vita che si appoggiasse sugli errori altrui, e il loro cinismo sotto porta finì per portarmi più lacrime che sorrisi.

Prima di gettare la spugna tentai con i registi di centrocampo. Gente che praticamente giocava da ferma, con dei piedi da far gridare al miracolo; le loro punizioni erano più dolci del Mont Blanc, ed erano capaci di svoltarti la partita con un tiro a girare quando tutto sembrava perso. Ma per il resto erano completamente inutili: non coprivano, erano insopportabilmente lenti ed altrettanto insopportabilmente poco mobili, avevano bisogno di qualcuno accanto a loro che facesse il lavoro sporco. Finii per odiarli, per gli stessi motivi per cui fino ad allora li avevo amati.

Troppi giocatori mi avevano promesso che mi avrebbero portato in cima al mondo, ed a troppi avevo promessio io che avrei fatto di loro i più grandi. 

Ma ero stanco dei tronfi pseudocampioni, delle promesse mancate, dei calciatori affidabili ma mediocri, di quelli geniali ma discontinui, di quelli che volevano essere ceduti, di quelli che temporeggiavano sul rinnovo del contratto, di quelli che volevano diventare bandiere della squadra senza esserne in grado, di quelli che volevano essere titolari e con me vedevano a stento la panchina, di quelli che mi mandavano a fanculo dopo le sostituzioni.

Così, quando la mia modesta carriera di allenatore stava ormai per volgere al termine, la guardai dritta negli occhi.

E tu?
Tu, che tipo di giocatore sei?

Andai dal presidente, gli strinsi la mano per l’ultima volta e firmai le dimissioni.

Di me rimase solo un asettico comunicato sul sito della società.
Io, con il mondo del calcio avevo chiuso.

Post correlati secondo criteri di dubbia valenza scientifica

Commenta

comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *