La Repubblica della merda

Immaginiamo una situazione in cui è molto comune trovarsi.
Sei al lavoro, all’università, o in qualsiasi altro sito di aggregazione popolare: negli uffici, nelle aule, nei corridoi, nelle mense, intorno a te hai persone che ti conoscono perlomeno di vista, che associano il tuo volto a fatti o gestualità che magari non ricordi minimamente.
Non sei quello che sei: sei quello che hai fatto, al limite quello che farai.
Tutto ad un tratto, ti scappa una pisciata fotonica.
E fin qui, che male c’è?
Ti avvii silente verso il bagno, sfanculando tattiche accademiche (dico “vado al bagno”?, oppure “mi assento un attimo”?, o forse un brillante “vado a sbrigare una commissione”, magari con tanto di sorrisino ammiccante?).
Tre porte, davanti a te, conducono a tre cessi.
La più lontana dall’ingresso della toilette è chiusa.
Qualcuno sta cacando.
La più vicina, chiusa pure quella.
Non amo le vie di mezzo.
Pisciare sapendo che a destra e a sinistra ho gente che caca
.
Eppure, la vita stronza ti costringe a fare di necessità virtù.
Così, via di iperventilazione ed apri la porta centrale.
E qui, musica tonante e sguardo che trasale, ché è il momento topico, grazie.

Davanti a te c’è una sgommata che farebbe invidia al miglior Niki Lauda.
Sembra quasi che qualcuno abbia rovesciato violentemente un secchiello di merda nella tazza, formando un sedicente quadro espressionista, tanto uniformemente sono distribuite le feci sul bianco vergine del water, con pennellate violente e decise.
Il tutto è contornato da un “piacevole” odore di fresco. Fresco, sì, ma non abbastanza: la pittura è incrostata alla grande e potrà sopravvivere a centinaia d’anni di critici impolverati, di musei fatti aprire di notte, di periodi blu e rosa, di placidi interrogativi su quell’abbozzo di sorriso là e quello sguardo, che sembra ti segua ovunque vai.
Se potessi, vomiteresti tutto ciò che hai mangiato a partire dal giorno di Pasqua del ’91.
Invece, tuo malgrado ti trovi in una situazione senza via d’uscita.

Non se ne parla, di uscire immediatamente: gli altri due cessi sono ancora occupati, e se entrasse qualcuno proprio mentre stai abbandonando la toilette, questi sarebbe costretto ad entrare nel tuo stesso bagno, e non credi che apprezzerebbe più di tanto la composizione artistica.
Oltretutto, tu non hai il minimo interesse a rivendicarne la (falsa) paternità, perché si sa che la gloria degli artisti è postuma per definizione.
Una soluzione sarebbe cacare a tua volta sull’operato altrui, confidando nelle proprietà corrosive delle feci, o perlomeno nel fatto che almeno, se qualcuno ti accusa, potrai avere la soddisfazione di sentirti colpevole.
Ma madre Natura non ti regala spasmi intestinali, al momento.
C’è un’unica funzione fisiologica da espletare, coraggio: sigilli il naso nel collo della maglietta e liberi un’uretra più tesa di una corda di violino.
Miri lì, proprio lì, alla merda, con un lavoro metodico e razionale, colpendo prima (quando il getto è al massimo della potenza) le parti che sembrano più invischiate, riservando gli ultimi stremati schizzi per il facile sgrassamento finale.
Ma niente, niente da fare.
L’autore di questo capolavoro è già diventato immortale.

Neanche tirare la catena risolve il problema: le tue armi sono esaurite, l’odore si fa truculento, è il caso di darsela a gambe.
Ma se entrasse qualcuno adesso?.
Evitare rischi vorrebbe dire armarsi di spazzolone e tirare via, con olio di gomito, ciò che gli altri hanno lasciato come segnaterreno.
Ma io col cazzo che prendo in mano quel coso là, chissà quanta gente l’avrà già toccato.
Immagini benpensanti incravattati, completamente cosparsi di feci, che allegramente combattono, si solleticano la schiena e si lavano i denti con lo spazzolone che hai davanti.
Non c’è niente da fare, il pericolo è il tuo mestiere.
Respiro profondo, occhi socchiusi, apri la porta di scatto e scappi via senza lavarti le mani.

Qualcuno ha avuto lo stomaco per giungere in fondo a questa triviale metafora?
Be’, io credo che quest’immagine rappresenti più o meno fedelmente la situazione politica Italiana.

Ti trovi, tutto sommato, in un cesso.
Alla tua destra e alla tua sinistra c’è solo gente che fa merdate.
Qualcuno le ha fatte prima che arrivassi tu, e se n’è andato senza chiedere scusa né tantomeno spiegare perché.
E, se non copri il reato con un’altra ladrata, possibile pure che arrivi un tizio che ti accusa di un fatto che non hai commesso.
Ecco allora che fai merdate a tua volta, o nel migliore dei casi fai finta di niente e vai via con le mani sporche.
Tanto, se qualcuno scopre il misfatto, poco male: la colpa ricadrà su qualcun altro.

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