Ad occhio e croce

Devo avere più rispetto nei confronti dell’Italiano.
Io l’Italiano lo calpesto, lo stropiccio, lo frullo, ci faccio il cazzo che mi pare.
L’Italiano è la mia forma di masturbazione preferita.
Eppure, troppo spesso l’ho trattato come un giocattolo, uno specchio delle mie tracotanti manie di protagonismo, un pasticcio che rappresentava sempre e solo me stesso e che, forse proprio per questo, mangiavo con frenetica avidità.
Invece, per come sono fatto, per come sono cresciuto, l’Italiano dovrei portarlo sul palmo di una mano.
Perché la scrittura, finora, è l’unica cosa che mi ha salvato.

Non sarei come sono, se non avessi costantemente vomitato su un foglio di carta, su un diario, su una pagina Word, su un blog tutto quello che sono; non sarei come sono se non avessi permesso a me stesso di ascoltare tutte le mie paure, tutte le mie angosce.
Forse, non avrei mai capito che sono così stramaledettamente vere.
Il mio umore ha andamento sinusoidale: ogni volta che scendo giù, tre istanti prima di toccare il fondo, scavo dentro me stesso e trovo il coraggio di tossire la mia anima.
A volte ho scritto cose talmente forti che nessuno le ha lette, neanche io.

Mio padre diceva orgoglioso, mio figlio scrive benissimo.
Mia madre diceva orgogliosa, mio figlio scrive benissimo.
Mio fratello diceva orgoglioso, questo qui scrive bene ma ad occhio e croce scrivi meglio tu.
Io, nel frattempo, continuavo a scrivere, e mi dicevo sì, scrivo benissimo, poi piano piano il benissimo se ne andò, e davanti allo scrivo apparve un perché, e dopo lo scrivo un gran bel punto interrogativo, ché la vita me ne ha regalati tanti, che sarà mai uno in più o uno in meno.

Perché scrivo?
Perché è il modo migliore per soddisfare i miei disturbi della personalità.
Inizio a scorrere le dita sui tasti, e di colpo appaiono quattro Claudio: uno che detta, uno che scrive, uno che legge, uno che commenta.
Feroce, violento, crudo, brutale, il primo. Mi sputa in faccia la realtà, mi fa capire che, sotto la scorza d’amianto, ho più complessi del concerto del Primo Maggio.
Scavato dentro, martoriato, un bastardo al guinzaglio, il secondo. Obbedisce e scrive, piange e scrive, e non pensa. Ossequia il Fordismo, e svolge il compitino senza perdersi in futili emozioni.
Attento, silenzioso, assente e presente, il terzo. L’amico più completo, quello a cui dico tutto, quello che non ho mai avuto, quello che ascolta dal momento che io ho voglia di parlargli.
Cinico, burlesco, insopportabile il quarto. Mi svela davanti a tutta la mia mediocrità, commenta ad alta voce ciò che il terzo legge e ci fa battute al vetriolo; è il bullo della classe, quello che ti sottomette per farsi bello davanti agli altri.

E niente sarebbe mai stato così vomitevolmente efficace, così schifosamente vero, se non ci fosse stato l’Italiano di mezzo.

Per cui, lunga vita all’Italiano, terra di mezzo tra me e me.

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