Gioventù bruciata

Aveva il cognome più accomodante della Terra: si chiamava Enrico Contestabile.

Da ogni persona si può imparare qualcosa: io, tuttosommato, mi ero specializzato in questo. Ero diventato una vera sanguisuga, conoscevo le persone, le tramortivo con la mia logorrea, poi me li spolpavo per bene, masticavo avido ciò che di loro poteva tornarmi utile, e poi li lasciavo penzolare come stracci appesi al sole.

Animanera lucida ed astuta, ci sa fare
capito cosa prendere, decide cosa dare

Enrico Contestabile leccava il culo come pochi al mondo sanno fare. E badate bene, che leccare il culo è un’arte tutt’altro che profana.
Ci vuole metodo, determinazione, sobrietà.

Da quando iniziai a lavorare alla Emdol Communications, smisi di schifare chi leccava il culo. Anzi: iniziai a schifare quelli che schifavano chi leccava il culo, un sillogismo che la mia morale protosocialista non mi avrebbe mai permesso di portare a termine.
Prima di entrare lì.
Da quando conobbi Enrico Contestabile, i leccaculo diventarono i veri miti della mia vita, i modelli a cui aspirare. Altro che James Dean, Влади́мир Влади́мирович Маяко́вский, Silvio Berlusconi, Ernesto Che Guevara. Io il mio modello ce l’avevo davanti, e lo vedevo ogni fottuto giorno al lavoro.

Lentamente, Enrico Contestabile mi insegnò che le persone vivono dei loro difetti. Perché sulla magagna l’occhio ce casca sempre. E capii che, infindeiconti, amavo le persone che amavo per i loro difetti, e odiavo le persone che odiavo per i loro pregi.

Come la telecronaca di Pro Evolution Soccer. Mi sono sempre chiesto come mai Marco Civoli fosse un commentatore tutto sommato discreto in televisione (anche se non capisco come mai gli basti che Andrea Pirlo scorreggi in campo per definirlo man of the match) e assolutamente impresentabile nel gioco della Playstation. Poi, ho capito che era fatto apposta, era tutto fatto apposta, era parte di una trama internazionale di cui tutti noi eravamo al contempo spettatori critici e protagonisti.
La forza di Pro Evolution Soccer è proprio la sua inaccettabile telecronaca: lo smarca dagli altri giochi, lo rende unico e insopportabile come il calcio deve (giocoforza) essere.

E allora presi Enrico Contestabile, e lentamente assimilai la sua incomprensibile capacità di sembrare sempre estremamente divertito o sempre estremamente annoiato a seconda delle convenienze. Riusciva ad annichilire la sua stessa persona in un processo autoatarassico da far impallidire Papa Giovanni Paolo II. Assumeva una personalità e la manteneva immobile, illibata come il culo di una ragazzina, finché convenienza non gli dicesse di smetterla.

Il mio umore, invece, presentava un andamento preoccupantemente sinusoidale.

Un giorno mi alzai dalla scrivania, finsi di scrollarmi di dosso il torpore e gli chiesi:
“Enrico Contestabile, perché?
Lui mi fissò con fare bonario, paterno.
E mi diede la miglior risposta che si possa dare a questa domanda.
Perché disse

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