Your Music.

Sabato pomeriggio in un famoso negozio di strumenti musicali romano.

A comprare un paio di Regal Tip Jeff Porcaro (benauguranti – beneauguranti? – per un batterista), quelle usate dal 3% dei batteristi.
“Troppo piccole, mi si spezzano subito, e poi tu meni come un bastardo, quanto ti durano?”

1.
Un bambino pettinato in stile Ivano di Viaggi di Nozze, accompagnato da mamma e fratello maggiore, compra la sua prima batteria, una Roland V-Drum piuttosto primitiva concepita per occupare il minor spazio possibile e non fare rumore (un ossimoro di rara efficacia, per un aspirante percussionista).
L’anziano gestore del locale gli fa la predica:
“Mi raccomando, studia, ché magari un giorno riesci a farlo di mestiere ed è la cosa più bella del mondo.”
Un po’ naïve, d’accordo, ma non sarebbe un problema se il fratellone, incarnando alla stragrande lo stereotipo annunciato dal suo taglio di capelli, non commentasse:
“Sì, daje, così poi i sordi m’ii dai te.”

Ma va be’, son ragazzi.

2.
Sotto lo sguardo severo del responsabile del reparto percussioni faccio il mio ingresso nella sala in cui si provano le batterie. Ci sono delle elettroniche da sturbo, tutte già collegate e pronte ad essere malmenate.
Il problema è che c’è un solo sellino e lo sta usando un gruppo di tredicenni totalmente inadatto a qualsiasi tipo di approccio musicale pratico. Come tanta gente, quando vedono una batteria credono di trovarsi di fronte alla Sacra Sindone che piange sangue abbracciata alla Madonna sorretta da Padre Pio crocifisso a testa in giù.
Con il culo ben caldo sul suddetto sellino, regalano colpi a caso sui tamburi, con una violenza che sarà neanche un decimo di quella che io applico sugli stessi, ma con una tale sgradevolezza di suono e ritmo da risultare più fastidiosa di uno Stabilo Boss nel buco del culo. Io, invece, con i miei dieci anni di batteria, sono costretto a tamburellare mestamente su pelli attraenti, e alla fine mi becco io la ramanzina del custode, che mi dice di lasciar perdere.
Come a dire “non è un giocattolo, quello.”
A me.
Ma vaffanculo, penso, ed esco incazzato dalla sala, dopo essermi fatto inculare da un gruppo di ragazzini, una sorta di pedofilia all’incontrario che mi fa bruciare testa e chiappe.

Ma va be’, son ragazzi.

3.
Aspiranti metallari crescono: sedicenni appena usciti da scuola, pranzo al McDonald’s e via a sfoggiare in giro per Monteverde le loro magliette degli Iron Maiden comprate dallo Zoppo. Si aggirano per il negozio a guardare chitarre, entusiasmandosi di fronte a modelli mediocri ma belli alla vista (o almeno, a me piace pensare così). Parlano con i commessi, provano strumenti, commentano a voce alta per mettersi in mostra, consapevoli che, alla fine, non compreranno niente (magari giusto un set di corde consigliato dal cassiere.
“Mo’ le vojo prova’, aho’, suonano da paura!”
Il loro ruolo nel locale è più inutile di un preservativo bucato.

Ma va be’, son ragazzi.

4.
Quello che davvero mi dà al cazzo, invece, sono i commessi.
Ultimamente pare che per lavorare lì tu debba essere uscito dritto dritto da un booklet dei Limp Bizkit: il cassiere e il responsabile del reparto batterie, fatti con lo stampino ma colorati diversamente (ed anche piuttosto male). Cappello al contrario, gomma in bocca, jeans a tre quarti, maglietta larga e capisco cos’è l’odio.
Ma soprattutto, per lavorare in quel negozio devi avere un requisito fondamentale: essere completamente lobotomizzato.
Lo penso, lo credo da sempre, ma sono sempre disposto a concedere una seconda opportunità. Cosìmi sforzo di sopportare il responsabile del reparto percussioni, che tutto sommato è meglio del precedente.
“Salve, vorrei un paio di Regal Tip Jeff Porcaro!”
“Ma che cazzo fai, no, mi rifiuto. Prendi queste, sono meglio.”
“Senti, stronzo, non ti ho chiesto nessun cazzo di consiglio, dammi un paio di Regal Tip Jeff Porcaro e vattene a fanculo.”

Mi avvio a pagare alla cassa.
Mi avvicino a Fred Durst timoroso, pregando Dio che non dica una parola.
Prende lo scontrino.

Fin qui tutto bene.

Mi dice “Nove euro”.

Fin qui tutto bene.

Mi chiede:
“Che reparto è?”
Ma che cazzo te ne frega?
“Batteria.”

Fin qui tutto bene.

Faccio per andare via, lui mi blocca con la sua voce da Lisa Simpson.
“Che te sei comprato, Vic Firth?”

È lui.
L’ODIO.

Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro il tizio si ripete: “Fin qui tutto bene”.
Il problema non è la caduta.
ma l’atterraggio.

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